fogli d’occhi#5

Novembre 29, 2009

Novembre 29, 2009

Uomini duri! Vita atroce e laida di quaggiù!
Ah, che almeno, lontano dai baci e dalle lotte,
qualcosa resti un po’ sulla montagna,

qualcosa del cuore infantile e sottile,
bontà, rispetto! E infatti: che cosa ci accompagna,
e veramente, quando verrà la morte, cosa resta?

Paul Verlaine

Novembre 26, 2009

nel respiro. Una distanza
di Ilaria Seclì

Esistono fiori, non in natura, che per crescere non hanno bisogno di cura né di luce. Luce o buio, nelle segrete di un medioevo di una distanza, sono nati. Distanza. Lì, continuano a ingoiare il proprio mistero. Il muschio del mistero più grande, ammutolente, la fa più eretica: distanza dalla signora che la annienta e la consacra. Esistono fiori, non in natura, la cui malattia neppure morte cura. Guardate, infilate il viso in questa fosca nebbia di porpora, nel respiro, sentite, nella celebrazione del rito, l’intensità, l’irripetibile scansione rallentata degli ultimi gesti, ecco, pure, non la colma. Il crepaccio non si cuce. Il labbro tagliato in principio nessun filo chiuderà. Solo un balsamo dà pace: il suono, la stalattite di quel sangue, di quel fiore inesistente in natura, suono del suo sangue gettato senza prece, nominando, sanguinando mondi e nomi. Sua distanza.

Novembre 26, 2009

Novembre 25, 2009

su nel respiro
di Viola Amarelli
testo apparso su LPELS

nel respiro (L’arcolaio, 2009) di Paolo Fichera è un libro che si fonda con lucida consapevolezza sul rigore e la coesione. Gli eserghi – che testimoniano con gli autori citati, da Holan a Giacometti, la scelta di una posizione appartata e trasversale, ai bordi del mondo – e la suite conclusiva delineano, infatti, chiaramente i binari di un poemetto ontologico. Il fluire incessante della materia umana, il ciclo alfa-omega di nascita e morte viene infatti incisi – chirurgicamente – non tanto per trovarne senso e ragioni quanto per ripercorrerne la nuda *erosione*, per diventarne, per quanto possibile, esperienza *materica* nella parola.

Il susseguirsi dei tre “movimenti” in cui è suddiviso il poemetto vede innescarsi sulla dolente morte di un padre amatissimo – dove trapelano pudore ed affetto reboriani – l’annuncio di un figlio in arrivo, in un passaggio generazionale che, per fisicità esperienziale, trasforma la nota figura della ruota e del ciclo in un impatto deflagrante. È da questo nucleo concreto che si diparte un coraggio stoico nell’immergersi nel non-senso delle apparenze, per comprendervi un logos che non è trascendente ma insito alla fattualità del così è. Non a caso i tre “movimenti” si denotano nel respiro, nel sangue e nel battito, riportando la poesia da un lato all’originario ritmo biologico che ne segna la fonostruttura costitutiva, dall’altro al fenomenologico scorrere del mondo, all’incomprensibile e irreducibile processo della “cosa nuda erode cose” come recita il sottotitolo del libro.

In questo scenario la forma riveste, ovviamente, un’importanza peculiare, non tanto sotto l’aspetto stilistico ma sotto quello di unico strumento disponibile, sorta di ponte o scala, per avvicinarsi all’indicibile, sapendo che “l’indicibile nel richiamo è già detto”. Fichera dà vita a una monodia, un basso continuo dove la scansione fonetica dei metri (endecasillabi e settenari in maggior parte) è modulata, tramite stanze, su pause e cesure di ampiezza diversa, quasi un telaio sonoro che intreccia sull’ordito i fili ossessivi del dolore e del crudo, del sacro e del fatale in uno al contestuale accadere della fine e dell’inizio. Siamo di fronte a una salmodia laica, che ricorre, in maniera originale, a figurazioni neo-classiche (il calice, la spada, i marmi, le “pupille” che diventano sguardi in perenne transito) come in un tentativo di raggelare il processo con un’impossibile equidistanza, che maschera solo in parte il timore attonito di fronte alla forza incoercibile del flusso. E infatti il persistere di un rimbombo corrusco (valga ad esempio l’“apocalisse che sgrana metalli”) svela le latenti passioni di questa scrittura riecheggiando, come raramente accade nella poesia contemporanea, Foscolo, perché qui il “movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana” in un bassorilievo senza tempo.

Novembre 24, 2009

fogli d’occhi#4

Novembre 19, 2009

Novembre 17, 2009

nido di dita

Novembre 16, 2009

monica

fogli d’occhi#3

Novembre 13, 2009

viviana scarinci

fogli d’occhi#2

Novembre 13, 2009

ilaria seclì

fogli d’occhi#1

Novembre 12, 2009

chiara daino