la strada è chiusa, a ogni suo sangue/…
febbraio 7, 2010

Arte, cultura, idee, persone: Terre di vite approda in Emilia per continuare a raccontare che il vino non è mai soltanto vino, in un momento di convivialità che si propone anche come occasione di approfondimento.
Lo fa puntando l’attenzione su argomenti come decrescita e sostenibilità, intese come nuovi modelli di vita, produzione e consumo ma anche come modalità espressive.
Le sale del Castello di Levizzano Rangone ospiteranno – oltre ai banchi di assaggio di diciannove produttori selezionati per i connotati etici e il livello qualitativo del loro lavoro – un convegno sul tema Produrre, commerciare, consumare in modo etico e sostenibile: il mondo del vino di fronte alla sfida della decrescita e una lezione di Sandro Sangiorgi su essenzialità e sottrazione legate al vino e alle emozioni della scrittura.
Premesse analoghe caratterizzeranno i contenuti artistici della manifestazione: una personale del pittore Marino Iotti punteggiata dalle suggestioni poetiche di Paolo Fichera, un percorso fotografico a cura di Francesco Orini e una performance artistica di Chris Channing.
Goya nel commentare il suo 58° Capricho: “Chi viva tra gli uomini sarà fottuto irrimediabilmente; se vuole evitarlo dovrà andarsene ad abitare sui monti e anche quando sarà, là conoscerà che il vivere è solo una fottitura”
Perdonarmi, per me significa, vedere quello che provo senza giudicarlo.
Se è per bene, se è per male. Non è il punto.
Poi come agisco è un’altra cosa.
Si agisce in un mondo pieno di variabili, si sceglie.
Quando ti guardi è bene non avere scelta.
Sei quello che c’è. Ti piaccia o no.
E almeno a tu per tu con quello che provi in ogni momento, sei libero.
Libero di scegliere cosa, sia che ti agiti il diavolo sia che ti agiti l’angelo.
(un’Amica)
sabbia di vestale
gennaio 22, 2010
Recensione di Sebastiano Aglieco a nel respiro
“Il tutto è detto col tono riconoscibilissimo di Paolo, tono scuro e duro, perentorio, accorato, proprio per questo dolore necessario del nascere che a volte si stempera in canto, passaggi limpidissimi e alti incastonati come diamanti nella roccia dura.”
Per leggerla qui: http://miolive.wordpress.com/2010/01/17/paolo-fichera-nel-crepaccio-del-corpo/
Io sono Zarathustra sulla montagna. Sono la montagna. Sono la montagna che non scende perché è scesa. In basso e altissima. Sono la forza che sbriciola la forza. La roccia che rotola a valle e che è montagna. Che rotola oltre e si innalza sempre oltre gli uomini che da amici riescono a trasformarsi in un colpo, secco e senza coraggio, in persone
Nel suo blog “Città siamese”, letture di Viviana Scarinci dal mio libro nel respiro.
Per ascoltare i file audio:
nel respiro. Prima lettura
fogli d’occhi#4
novembre 29, 2009
Uomini duri! Vita atroce e laida di quaggiù!
Ah, che almeno, lontano dai baci e dalle lotte,
qualcosa resti un po’ sulla montagna,
qualcosa del cuore infantile e sottile,
bontà, rispetto! E infatti: che cosa ci accompagna,
e veramente, quando verrà la morte, cosa resta?
Paul Verlaine
nel respiro. Una distanza
di Ilaria Seclì
Esistono fiori, non in natura, che per crescere non hanno bisogno di cura né di luce. Luce o buio, nelle segrete di un medioevo di una distanza, sono nati. Distanza. Lì, continuano a ingoiare il proprio mistero. Il muschio del mistero più grande, ammutolente, la fa più eretica: distanza dalla signora che la annienta e la consacra. Esistono fiori, non in natura, la cui malattia neppure morte cura. Guardate, infilate il viso in questa fosca nebbia di porpora, nel respiro, sentite, nella celebrazione del rito, l’intensità, l’irripetibile scansione rallentata degli ultimi gesti, ecco, pure, non la colma. Il crepaccio non si cuce. Il labbro tagliato in principio nessun filo chiuderà. Solo un balsamo dà pace: il suono, la stalattite di quel sangue, di quel fiore inesistente in natura, suono del suo sangue gettato senza prece, nominando, sanguinando mondi e nomi. Sua distanza.
su nel respiro
di Viola Amarelli
testo apparso su LPELS
nel respiro (L’arcolaio, 2009) di Paolo Fichera è un libro che si fonda con lucida consapevolezza sul rigore e la coesione. Gli eserghi – che testimoniano con gli autori citati, da Holan a Giacometti, la scelta di una posizione appartata e trasversale, ai bordi del mondo – e la suite conclusiva delineano, infatti, chiaramente i binari di un poemetto ontologico. Il fluire incessante della materia umana, il ciclo alfa-omega di nascita e morte viene infatti incisi – chirurgicamente – non tanto per trovarne senso e ragioni quanto per ripercorrerne la nuda *erosione*, per diventarne, per quanto possibile, esperienza *materica* nella parola.
Il susseguirsi dei tre “movimenti” in cui è suddiviso il poemetto vede innescarsi sulla dolente morte di un padre amatissimo – dove trapelano pudore ed affetto reboriani – l’annuncio di un figlio in arrivo, in un passaggio generazionale che, per fisicità esperienziale, trasforma la nota figura della ruota e del ciclo in un impatto deflagrante. È da questo nucleo concreto che si diparte un coraggio stoico nell’immergersi nel non-senso delle apparenze, per comprendervi un logos che non è trascendente ma insito alla fattualità del così è. Non a caso i tre “movimenti” si denotano nel respiro, nel sangue e nel battito, riportando la poesia da un lato all’originario ritmo biologico che ne segna la fonostruttura costitutiva, dall’altro al fenomenologico scorrere del mondo, all’incomprensibile e irreducibile processo della “cosa nuda erode cose” come recita il sottotitolo del libro.
In questo scenario la forma riveste, ovviamente, un’importanza peculiare, non tanto sotto l’aspetto stilistico ma sotto quello di unico strumento disponibile, sorta di ponte o scala, per avvicinarsi all’indicibile, sapendo che “l’indicibile nel richiamo è già detto”. Fichera dà vita a una monodia, un basso continuo dove la scansione fonetica dei metri (endecasillabi e settenari in maggior parte) è modulata, tramite stanze, su pause e cesure di ampiezza diversa, quasi un telaio sonoro che intreccia sull’ordito i fili ossessivi del dolore e del crudo, del sacro e del fatale in uno al contestuale accadere della fine e dell’inizio. Siamo di fronte a una salmodia laica, che ricorre, in maniera originale, a figurazioni neo-classiche (il calice, la spada, i marmi, le “pupille” che diventano sguardi in perenne transito) come in un tentativo di raggelare il processo con un’impossibile equidistanza, che maschera solo in parte il timore attonito di fronte alla forza incoercibile del flusso. E infatti il persistere di un rimbombo corrusco (valga ad esempio l’“apocalisse che sgrana metalli”) svela le latenti passioni di questa scrittura riecheggiando, come raramente accade nella poesia contemporanea, Foscolo, perché qui il “movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana” in un bassorilievo senza tempo.







