Dal Diario di A.F.
“Caro E., ho finito. Il poema è terminato. Come ogni volta l’ho dovuto subito allontanare da me, inviandolo in mani sicure e degne. Poi lo rileggerò ma è quello. È stato sufficiente unire le singole poesie in spazi materici calamitanti e le singole poesie, i singoli blocchi si sono sfaldati, come sciolti e hanno rivelato altri e nuovi versi. Questo è stato davvero sorprendente. Come ogni volta che scrivo qualcosa di buono sento un’ansia in tutto il corpo, come se aspettassi la notizia brutta di qualcosa che temo. Poi rileggendo scoprirò dei grumi di parole da scalpellare, ma il tutto è lì”
Dal Diario di A.F.
“Caro E., ti scrivo dopo tanto tempo. Quel malessere profondo ma misurato, perché la dismisura non può che portare a lacerti e io ho bisogno di armonia alla fine, mi ha dato quello che cercavo. Ho scritto in questi giorni davvero con i denti. Mastico le parole mentre rileggo e non leggo, ma mastico, sento i denti ricercarsi, stringersi intorno alla parola. Ma questo viene dopo. Prima c’è stata la scoperta davvero sorprendente di guardare con luce ciò che è stato sotto i miei occhi per mesi. Le singole poesie non erano singole poesie ma un poema. Ti parlavo del mio lavoro come di un poema ma non ne ero conscio. Come una schizofrenia. Dicevo ciò che ancora non sapevo. Scoperto il poema nel poema è stata tutta un’eruzione dopo. Versi nuovi hanno cementato i versi vecchi. Nuova malta. Ora sono verso la fine. Tutto è cresciuto. Come un mago praghese ho chiamato a raccolta i volti di strade comuni e a tutti ho parlato. Di questo ti parlerò nella prossima lettera”
Dal Diario di A.F.
“Caro E., c’è una novità: ora c’è uno spiraglio. Leggo i testi e trovo delle particelle di materiale composto che possono stare sulla struttura. Perché mai come in questo poemetto c’è un’anima che come un palo infisso nel terreno tiene botta al mio scalpello. E anzi a volte ho la certezza che più la affronto quell’anima e più si fa forza. Era questo che ti volevo scrivere. E invece oggi, appena un albero, un fuoco di legna ha accostato le sue mani alle mie, ciò che ho riletto mi è parso di nuovo senza forza. Tutto da rifare, di nuovo, nuovamente. Scrivere con i denti. Del resto dipingere è semplice perché il colore verde fa un’onda. Guardo il foglio scritto con una tale vergogna di essere poeta che ho soltanto la forza di devastare tutto quello che ho fatto. E quelle mani femminili che tanto mi hanno dato cosa hanno lasciato? Nulla, caro E. Parlo così perché sono ubriaco? Può essere. In fondo cosa pretendi da chi vive come me? La lucidità è un’operazione talmente indifferente. Non ho bisogno di molto. Ora vado a distruggere quello che ho scritto. Vado al mio spettacolo senza spettatori. Tutto è senza prezzo.”
Dal Diario di A.F.
“Caro E., ho letto la tua. Nell’attesa di ricevere da te indicazioni necessarie per avere un minimo di fiducia su ciò che si può ancora salvare, in attesa della tue parole le mie mani si sono mosse. Insonnia imposta: non so. Letture altre: non credo. Forse il non avere desideri né velleità. Ho messo lo schermo su un cavalletto e ho lasciato andare le mani. Tu sai quanto ogni parola sottratta sia difficile da sottrarre. Quanta repulsione ci sia nel privarci del nostro fiato organico. Eppure in quello sfoltimento esisteva in me soltanto un grande piacere, il piacere fisico che solletica la pelle. E rileggendo mi chiedevo: quanta superficie di pelle ricopre una miniera di barbarie. Questo poema è una battaglia tanto calma in superficie. Ma quante mani, quante mani sono venute a rovistare, a smuovere il fango? E come è possibile che ora sia tutto così calmo?”
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settembre 23, 2011
Dal Diario di A.F.
“Caro E., le mani hanno affrontato i versi. Il poemetto ancora una volta sfrondato e ricoperto da altri segni. Da anni lo trascino davanti a me. Mani femminili gli hanno dato materia, eppure più lo lavoro e più quelle mani femminili si allontanano. Lasciano una traccia ma quale segno possono dare se io stesso stento a ricordare il valore di ogni singolo gesto? Spero che mi dirai prima o poi il tuo parere. Da queste righe avrai capito che sono in difficoltà”
Dal Diario di A.F.
“Caro E., riprendo in mano per l’ennesima volta il poemetto “…”. Ecco, questa è la poesia che non so fare, che non posso evidentemente fare. Sarà la mia stanza di polarità. La mia opera scultorea in poesia. Pensavo a Giacometti riprendendo in mano per l’ennesima volta questi versi. Non c’è fine al lavorio. E io non so fare quello che so che dovrei fare. È tutto molto semplice. Questi saranno i versi mai finiti. So che è così, lo so ora in maniera naturale. E trovo ci sia in questa impossibilità un barlume di speranza che dovrebbe invece sempre mancare. Sono come versi scritti da uno scultore che lavora davanti a una modella che non c’è. Tu, meglio di me, sai quanto sia morbido da plasmare un materiale che non può rispecchiare la vista di chi guarda”
Dal Diario di A.F.
“Caro E., ecco le poesie. Leggi questi versi con i denti. Lascia stare gli occhi, non ti servono qua. Leggi con i denti. A che servono gli occhi? Per vedere. Ma vedere cosa? Il vedere serve prima, non dopo. Prima a chi scrive e forse neanche a lui. Chi legge non ha occhi. Usa i denti, non ti serve altro”