Novembre 26, 2009

nel respiro. Una distanza
di Ilaria Seclì

Esistono fiori, non in natura, che per crescere non hanno bisogno di cura né di luce. Luce o buio, nelle segrete di un medioevo di una distanza, sono nati. Distanza. Lì, continuano a ingoiare il proprio mistero. Il muschio del mistero più grande, ammutolente, la fa più eretica: distanza dalla signora che la annienta e la consacra. Esistono fiori, non in natura, la cui malattia neppure morte cura. Guardate, infilate il viso in questa fosca nebbia di porpora, nel respiro, sentite, nella celebrazione del rito, l’intensità, l’irripetibile scansione rallentata degli ultimi gesti, ecco, pure, non la colma. Il crepaccio non si cuce. Il labbro tagliato in principio nessun filo chiuderà. Solo un balsamo dà pace: il suono, la stalattite di quel sangue, di quel fiore inesistente in natura, suono del suo sangue gettato senza prece, nominando, sanguinando mondi e nomi. Sua distanza.

Novembre 25, 2009

su nel respiro
di Viola Amarelli
testo apparso su LPELS

nel respiro (L’arcolaio, 2009) di Paolo Fichera è un libro che si fonda con lucida consapevolezza sul rigore e la coesione. Gli eserghi – che testimoniano con gli autori citati, da Holan a Giacometti, la scelta di una posizione appartata e trasversale, ai bordi del mondo – e la suite conclusiva delineano, infatti, chiaramente i binari di un poemetto ontologico. Il fluire incessante della materia umana, il ciclo alfa-omega di nascita e morte viene infatti incisi – chirurgicamente – non tanto per trovarne senso e ragioni quanto per ripercorrerne la nuda *erosione*, per diventarne, per quanto possibile, esperienza *materica* nella parola.

Il susseguirsi dei tre “movimenti” in cui è suddiviso il poemetto vede innescarsi sulla dolente morte di un padre amatissimo – dove trapelano pudore ed affetto reboriani – l’annuncio di un figlio in arrivo, in un passaggio generazionale che, per fisicità esperienziale, trasforma la nota figura della ruota e del ciclo in un impatto deflagrante. È da questo nucleo concreto che si diparte un coraggio stoico nell’immergersi nel non-senso delle apparenze, per comprendervi un logos che non è trascendente ma insito alla fattualità del così è. Non a caso i tre “movimenti” si denotano nel respiro, nel sangue e nel battito, riportando la poesia da un lato all’originario ritmo biologico che ne segna la fonostruttura costitutiva, dall’altro al fenomenologico scorrere del mondo, all’incomprensibile e irreducibile processo della “cosa nuda erode cose” come recita il sottotitolo del libro.

In questo scenario la forma riveste, ovviamente, un’importanza peculiare, non tanto sotto l’aspetto stilistico ma sotto quello di unico strumento disponibile, sorta di ponte o scala, per avvicinarsi all’indicibile, sapendo che “l’indicibile nel richiamo è già detto”. Fichera dà vita a una monodia, un basso continuo dove la scansione fonetica dei metri (endecasillabi e settenari in maggior parte) è modulata, tramite stanze, su pause e cesure di ampiezza diversa, quasi un telaio sonoro che intreccia sull’ordito i fili ossessivi del dolore e del crudo, del sacro e del fatale in uno al contestuale accadere della fine e dell’inizio. Siamo di fronte a una salmodia laica, che ricorre, in maniera originale, a figurazioni neo-classiche (il calice, la spada, i marmi, le “pupille” che diventano sguardi in perenne transito) come in un tentativo di raggelare il processo con un’impossibile equidistanza, che maschera solo in parte il timore attonito di fronte alla forza incoercibile del flusso. E infatti il persistere di un rimbombo corrusco (valga ad esempio l’“apocalisse che sgrana metalli”) svela le latenti passioni di questa scrittura riecheggiando, come raramente accade nella poesia contemporanea, Foscolo, perché qui il “movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana” in un bassorilievo senza tempo.

Novembre 17, 2009

Ottobre 12, 2009

pigreco01un estratto dalla raccolta nel respiro è uscito contenuto nel primo numero (agosto 2009) di “π -trimestrale di conversazioni poetiche” (edizioni neve) a cura di Federico Federici. Per scaricare la rivista con i miei testi: qui.

Ottobre 12, 2009

su CARTESENSIBILI un intervento di Fernanda Ferraresso sulla raccolta nel respiro.

“….C’è terra e metallo, dolore e passione, che si fanno musica all’interno del corpo, come in un sistema di vasi comunicanti, una rete di radici sprofondate e abbarbicate alle aree vie del respiro, come una intera foresta…”

Ottobre 12, 2009

copertina

Rita R. Florit su nel respiro

*Nel respiro* Il segno che pervade tutto il poema è la dilatazione del verso in un’estensibilità che trattiene, in un andirivieni del suono disteso e prolungato per non lasciar andare. Nell’ancorare all’orlo della notte la profusione di un respiro nuovo erompe la necessità di decomprimere il Dolore, di farlo sfiatare non per mitigarlo o tentare una consolazione . Per non implodere. « Fatti fiamma e oltraggia la Terra / fatti dove ha termine la notte figlio »

Fragile crepa erosa il respiro a cui dare voce incarna la parola in suono.

Il paesaggio interiore desolato « tutto è scarno nulla crudele » può solo consegnarsi alla parola come unica possibilità di contattare la sacralità della fine. « Il dolore che si perde sprofonda / il mio dolore che battezzo voce ».

Si riconosce potere allo sguardo « ti difendo dagli occhi dell’Altro », e si esorcizza-esercita l’osservazione che protegge ponendo la distanza, rende sopportabile il dolore anche se lo sfibra « l’occhio è una cella snervata » […] « ogni morte alimenta la luce »

Si conferma la ciclicità che incide, una possibile trasmutazione in reale continuità. « figlio mio soave vigore/battito di vagito / figlio mio padre mio / non morte né vita flusso che nel flusso resta »

Risolversi e consegnarsi alla Parola « tu gemi / nel seme in cui la parola brilla »

L’albero padre indica la direzione, segna il confine della terra che da elemento naturale si feconda e umanizza incarnandosi, contenendo.

*Nel sangue* c’è un urlo che sale e monta in sdoppiamento: se la parola si annichilisce in sé stessa si dissolverà « se la parola cede alla parola è perduta ».

*Nel battito* è proiettato tutto il dirsi in scavo radicale del proprio essere ri-trovato, profonda passata vertigo, estroflessione in nuova carnale vitalità, con cui integrarsi e ri-conoscersi « fin dove il perdono si fa pane / l’identità-germoglio / riaffiora / nel tempo presente / che chiamerai notte antica… »

Sdoppiamento e identificazione coincidono, rintracciano i tratti perduti e i segni in divenire « io la resa che germoglia / tu l’innesto che ramifica »

Fino all’apertura « abbi cura di me / lascia la ferocia che non morde/ alle colpe dei padri »

E all’accoglienza « e tu / fissa nei miei occhi un nido ».

Settembre 10, 2009

È uscita per la casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri la mia ultima raccolta nel respiro. Per acquistare il volume rivolgersi alla casa editrice

Copertina_Fichera_01-09-09 copia

ascolta e resta carne/nel legno/che la parola fissa e annida/e chiara rende la luce/ora che la luce/ha scavato la penombra/ora che l’ha resa/sperma/ora che la notte ha sete/e l’umanità è il battito ampio/di un vagito che si perde

Giugno 12, 2009

n

l’urto il flusso la fame il nido

≈ la tessitura della parola è partitura dove il suono produce voce. voce, dal rumore, discordante, immediatezza: sensibilità organica con percezione. non medicamento, né salvezza. si ambisce all’immobilità e ogni gesto, ogni respiro è necessità organica: si vive questa necessità come oltraggio; qui non esiste sofferenza, dannazione, ma uno stato embrionale di equilibrio, un organismo nel respiro: tutto rientra e fuoriuscire: la suprema lucidità della stupidità. un flusso che assorbe e dona senza forzature: armonia del passo in un’orma e dell’orma nel passo. qui non esiste dualità: arte/vita, forma/contenuto, astratto/concreto, privato/civile, sangue/carta, pelle/parola; si è il luogo cavo dove il sangue è e non è sangue, la parola è e non è parola, la poesia è e non è poesia ≈ il linguaggio tra i versi è la conoscenza che manca. necessità è privazione, nutrimento, atto che si muove in uno spazio prestabilito per accogliere il gesto; sottrazione sistematica protratta alla mente: denudare l’informe ≈ si sente nel percepire il flusso della poesia: il soffocamento della materia. la relazione/reazione dello sguardo con la materia dà la musicalità dell’accostamento definitivo tra due lemmi: musicalità strutturata nella traccia trovata: fissata: qui è la sacralità. ogni parola aggiunta è una sottrazione ≈ poesia nasce nel flusso dell’attestazione di un’armonia di dissidenze, in un respiro organico che non è mai casuale se non apparentemente. data, non può essere diversa, se non dopo un intervento successivo ≈ il movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana: l’indicibile nel richiamo è già detto. le parole si deformano a una nuova chiarezza deformata a una nuova chiarezza. non vi è oscurità nell’inespresso ma solo aria e fedeltà. l’indicibilità calpesta l’identità se l’identità non si lascia frantumare: non ottenere, non volere. (P.F.)