Su Poesia 2.0
Letture Critiche: Paolo Fichera, nel respiro
a cura di Anila Resuli
per leggere, scaricare e stampare su Issuu: nel respiro
All’interno della manifestazione “Terre di Vite”, Castello di Buronzo (VC) – 13 novembre 2010, un brano tratto da nel respiro è stato inserito nel Totem multimediale “Calici d’Arte”:
Abbinamento al vino “Chianti Classico Le Trame 2008″ dell’Azienda Le Boncie (Toscana) con la poesia “se la parola crede alla parola” di Paolo Fichera e con il brano musicale “No moon at all” di Keith Jarrett.
Per ascoltare: http://www.youtube.com/watch?v=gXFH2sGqtnw
Su Poetarum Silva, lettura privata di Fabio Michieli a nel respiro.
parte prima:
parte seconda:
Sebastiano Aglieco su nel respiro
“Il tutto è detto col tono riconoscibilissimo di Paolo, tono scuro e duro, perentorio, accorato, proprio per questo dolore necessario del nascere che a volte si stempera in canto, passaggi limpidissimi e alti incastonati come diamanti nella roccia dura.”
Per leggerla qui: http://miolive.wordpress.com/2010/01/17/paolo-fichera-nel-crepaccio-del-corpo/
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Giuliano Ladolfi su nel respiro
Ho letto con estremo interesse l’ultima pubblicazione di Paolo Fichera, poeta cui mi lega una stima ed una conoscenza personale di vecchia data e non perché egli sia attempato, ma perché “Atelier” a lui è stato vicino fin dalle sue prove. Infatti egli ha partecipato al convegno sulla “poesia giovane” da noi organizzato nel 2000, il cui intervento è stato pubblicato sul n. 24. La sua raccolta Lo speziale è comparso suo n. 37, preceduto da un mio studio critico nel quale sostenevo che «La poesia di Paolo Fichera è dura, franta, essenziale, assimilabile stilisticamente alla corrente neoorfica per la mescolanza di lessico astratto e concreto, ma soprattutto per un’espressione visionaria incentrata sugli effetti emotivi (“ansia”, “paura”, “cenere isterica”). Il linguaggio metaforico ne risulta fortemente composito anche se sostenuto dai due fondamentali dei testi presentati: la radice e lo speziale, e produce un effetto di continuo rimbalzo tra immagine e senso, tra ripresa e novità, tra luce tenebre e, in modo particolare, tra vita e morte. E proprio sull’indistricabile impasto tra vita e morte si attua la ricerca del poeta in due fasi: in senso diacronico e in senso sincronica, alla ricerca delle radici dell’essere umano in un primo momento e alla ricerca della sua “composizione” in seguito come angolature di una stessa realtà che solo la necessità strutturale rende duplice».
A cinque anni circa di distanza riscontro la validità di quella prima intuizione, anzi vedo rafforzato l’elemento metaforico che raggiunge un orizzonte profetico. Non dimentichiamo che Paolo Fichera possiede anche una pratica critica, avendo fondato con Mauro Daltin il quadrimestrale «PaginaZero-Letterature di frontiera». E la pagina conclusiva della pubblicazione va interpretata come un vero e proprio documento di poetica: «la tessitura della parola è partitura dove il suono produce voce. voce, dal rumore, discordante, immediatezza: sensibilità organica con percezione. non medicamento, né salvezza». La modalità per mezzo della quale il respiro si tramuta in rumore e il rumore in parole diviene il tema fondamentale di un testo che, come un carmen continuum, non permette soste/apnee: «e tu sii / in pace di grazia / la spada e l’angelo / il viso intarsiato dalla voce / la morte depone / un grido scandito da acque nere / senza altro onore che la verità / delle mani, lo / sbriciolarsi delle ombre / nei covi, nell’ / ossessione // dei chiodi nelle mani / innervati, / tra lo sperpero del mio fiato / affinché tu sia respiro e voce». Ci troviamo di fronte ad una poesia in cui la metafora si pone come elemento riflesso di un ritmo e di una musicalità che lanciano bagliori con un fine ben preciso: costruire un mondo di significato.
Viola Amarelli su nel respiro
nel respiro (L’arcolaio, 2009) di Paolo Fichera è un libro che si fonda con lucida consapevolezza sul rigore e la coesione. Gli eserghi – che testimoniano con gli autori citati, da Holan a Giacometti, la scelta di una posizione appartata e trasversale, ai bordi del mondo – e la suite conclusiva delineano, infatti, chiaramente i binari di un poemetto ontologico. Il fluire incessante della materia umana, il ciclo alfa-omega di nascita e morte viene infatti incisi – chirurgicamente – non tanto per trovarne senso e ragioni quanto per ripercorrerne la nuda *erosione*, per diventarne, per quanto possibile, esperienza *materica* nella parola.
prosegue qui: LPELS
Ivano Mugnaini su nel respiro
La parola versata
Leggendo le poesie che ho ricevuto da Paolo Fichera, tratte dalla raccolta nel respiro, ho percepito la sensazione multiforme, intimamente contraddittoria, che prende forma associando il sostantivo “parola” al verbo “versare”. Si pensa ad un brindisi, un moderno convivio, bottiglie e bicchieri che si riempiono e si svuotano tra grida, sussurri e racconti reali o immaginari. Ma anche, con forza non certo minore, quel versare fa pensare al sangue, alla linfa, ad ogni liquido vitale che scorre nel corpo e in ogni luogo impalpabile e non facilmente collocabile nello spazio-tempo, ma, nonostante questo, o forse proprio in virtù di questo, assolutamente imprescindibile. I versi stillano brevi e densi, ognuno con un suo suono ed una sua differente vischiosità. E non è agevole distinguere la volontà della comunicazione dal dolore della necessità di dire ciò che non di rado appare indicibile. Non sono casuali forse in questo contesto i riferimenti frequenti, ripetuti e posti in posizioni che rivelano la sostanza di analogie e contrasti, a liquidi diversissimi tra di loro ma tutti in grado di evocare valenze fondamentali, concrete e simboliche: sangue, caffè, latte, muco. Questo scorrere ampio e complesso genera, tramite un’orditura testuale ben coesa e adeguatamente ambivalente, “l’identità-germoglio” che “riaffiora/ nel tempo presente/ che chiamerai notte antica/ spinata/ dove la parola versata in suono/ è percezione”.
Rita R. Florit su nel respiro
*Nel respiro* Il segno che pervade tutto il poema è la dilatazione del verso in un’estensibilità che trattiene, in un andirivieni del suono disteso e prolungato per non lasciar andare. Nell’ancorare all’orlo della notte la profusione di un respiro nuovo erompe la necessità di decomprimere il Dolore, di farlo sfiatare non per mitigarlo o tentare una consolazione . Per non implodere. « Fatti fiamma e oltraggia la Terra / fatti dove ha termine la notte figlio »
Fragile crepa erosa il respiro a cui dare voce incarna la parola in suono.
Il paesaggio interiore desolato « tutto è scarno nulla crudele » può solo consegnarsi alla parola come unica possibilità di contattare la sacralità della fine. « Il dolore che si perde sprofonda / il mio dolore che battezzo voce ».
Si riconosce potere allo sguardo « ti difendo dagli occhi dell’Altro », e si esorcizza-esercita l’osservazione che protegge ponendo la distanza, rende sopportabile il dolore anche se lo sfibra « l’occhio è una cella snervata » […] « ogni morte alimenta la luce »
Si conferma la ciclicità che incide, una possibile trasmutazione in reale continuità. « figlio mio soave vigore/battito di vagito / figlio mio padre mio / non morte né vita flusso che nel flusso resta »
Risolversi e consegnarsi alla Parola « tu gemi / nel seme in cui la parola brilla »
L’albero padre indica la direzione, segna il confine della terra che da elemento naturale si feconda e umanizza incarnandosi, contenendo.
*Nel sangue* c’è un urlo che sale e monta in sdoppiamento: se la parola si annichilisce in sé stessa si dissolverà « se la parola cede alla parola è perduta ».
*Nel battito* è proiettato tutto il dirsi in scavo radicale del proprio essere ri-trovato, profonda passata vertigo, estroflessione in nuova carnale vitalità, con cui integrarsi e ri-conoscersi « fin dove il perdono si fa pane / l’identità-germoglio / riaffiora / nel tempo presente / che chiamerai notte antica… »
Sdoppiamento e identificazione coincidono, rintracciano i tratti perduti e i segni in divenire « io la resa che germoglia / tu l’innesto che ramifica »
Fino all’apertura « abbi cura di me / lascia la ferocia che non morde/ alle colpe dei padri »
E all’accoglienza « e tu / fissa nei miei occhi un nido ».
Ilaria Seclì su nel respiro
Distanza
Esistono fiori, non in natura, che per crescere non hanno bisogno di cura né di luce. Luce o buio, nelle segrete di un medioevo di una distanza, sono nati. Distanza. Lì, continuano a ingoiare il proprio mistero. Il muschio del mistero più grande, ammutolente, la fa più eretica: distanza dalla signora che la annienta e la consacra. Esistono fiori, non in natura, la cui malattia neppure morte cura. Guardate, infilate il viso in questa fosca nebbia di porpora, nel respiro, sentite, nella celebrazione del rito, l’intensità, l’irripetibile scansione rallentata degli ultimi gesti, ecco, pure, non la colma. Il crepaccio non si cuce. Il labbro tagliato in principio nessun filo chiuderà. Solo un balsamo dà pace: il suono, la stalattite di quel sangue, di quel fiore inesistente in natura, suono del suo sangue gettato senza prece, nominando, sanguinando mondi e nomi. Sua distanza.
Su Critica Letteraria
Il Salotto: intervista a Paolo Fichera, a cura di Alfonso Maria Petrosino
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Ivano Mugnaini nel suo blog parla della mia raccolta nel respiro.
La parola versata
Leggendo le poesie che ho ricevuto da Paolo Fichera, tratte dalla raccolta nel respiro, ho percepito la sensazione multiforme, intimamente contraddittoria, che prende forma associando il sostantivo “parola” al verbo “versare”. Si pensa ad un brindisi, un moderno convivio, bottiglie e bicchieri che si riempiono e si svuotano tra grida, sussurri e racconti reali o immaginari. Ma anche, con forza non certo minore, quel versare fa pensare al sangue, alla linfa, ad ogni liquido vitale che scorre nel corpo e in ogni luogo impalpabile e non facilmente collocabile nello spazio-tempo, ma, nonostante questo, o forse proprio in virtù di questo, assolutamente imprescindibile. I versi stillano brevi e densi, ognuno con un suo suono ed una sua differente vischiosità. E non è agevole distinguere la volontà della comunicazione dal dolore della necessità di dire ciò che non di rado appare indicibile. Non sono casuali forse in questo contesto i riferimenti frequenti, ripetuti e posti in posizioni che rivelano la sostanza di analogie e contrasti, a liquidi diversissimi tra di loro ma tutti in grado di evocare valenze fondamentali, concrete e simboliche: sangue, caffè, latte, muco. Questo scorrere ampio e complesso genera, tramite un’orditura testuale ben coesa e adeguatamente ambivalente, “l’identità-germoglio” che “riaffiora/ nel tempo presente/ che chiamerai notte antica/ spinata/ dove la parola versata in suono/ è percezione”. I.M.
di Giuliano Ladolfi
Paolo Fichera, nel respiro, Forlì, L’arcolaio 2009
Ho letto con estremo interesse l’ultima pubblicazione di Paolo Fichera, poeta cui mi lega una stima ed una conoscenza personale di vecchia data e non perché egli sia attempato, ma perché “Atelier” a lui è stato vicino fin dalle sue prove. Infatti egli ha partecipato al convegno sulla “poesia giovane” da noi organizzato nel 2000, il cui intervento è stato pubblicato sul n. 24. La sua raccolta Lo speziale è comparso suo n. 37, preceduto da un mio studio critico nel quale sostenevo che «La poesia di Paolo Fichera è dura, franta, essenziale, assimilabile stilisticamente alla corrente neoorfica per la mescolanza di lessico astratto e concreto, ma soprattutto per un’espressione visionaria incentrata sugli effetti emotivi (“ansia”, “paura”, “cenere isterica”). Il linguaggio metaforico ne risulta fortemente composito anche se sostenuto dai due fondamentali dei testi presentati: la radice e lo speziale, e produce un effetto di continuo rimbalzo tra immagine e senso, tra ripresa e novità, tra luce tenebre e, in modo particolare, tra vita e morte. E proprio sull’indistricabile impasto tra vita e morte si attua la ricerca del poeta in due fasi: in senso diacronico e in senso sincronica, alla ricerca delle radici dell’essere umano in un primo momento e alla ricerca della sua “composizione” in seguito come angolature di una stessa realtà che solo la necessità strutturale rende duplice».
A cinque anni circa di distanza riscontro la validità di quella prima intuizione, anzi vedo rafforzato l’elemento metaforico che raggiunge un orizzonte profetico. Non dimentichiamo che Paolo Fichera possiede anche una pratica critica, avendo fondato con Mauro Daltin il quadrimestrale «PaginaZero-Letterature di frontiera». E la pagina conclusiva della pubblicazione va interpretata come un vero e proprio documento di poetica: «la tessitura della parola è partitura dove il suono produce voce. voce, dal rumore, discordante, immediatezza: sensibilità organica con percezione. non medicamento, né salvezza». La modalità per mezzo della quale il respiro si tramuta in rumore e il rumore in parole diviene il tema fondamentale di un testo che, come un carmen continuum, non permette soste/apnee: «e tu sii / in pace di grazia / la spada e l’angelo / il viso intarsiato dalla voce / la morte depone / un grido scandito da acque nere / senza altro onore che la verità / delle mani, lo / sbriciolarsi delle ombre / nei covi, nell’ / ossessione // dei chiodi nelle mani / innervati, / tra lo sperpero del mio fiato / affinché tu sia respiro e voce». Ci troviamo di fronte ad una poesia in cui la metafora si pone come elemento riflesso di un ritmo e di una musicalità che lanciano bagliori con un fine ben preciso: costruire un mondo di significato (G. L.).
Recensione di Sebastiano Aglieco a nel respiro
“Il tutto è detto col tono riconoscibilissimo di Paolo, tono scuro e duro, perentorio, accorato, proprio per questo dolore necessario del nascere che a volte si stempera in canto, passaggi limpidissimi e alti incastonati come diamanti nella roccia dura.”
Per leggerla qui: http://miolive.wordpress.com/2010/01/17/paolo-fichera-nel-crepaccio-del-corpo/
Nel suo blog “Città siamese”, letture di Viviana Scarinci dal mio libro nel respiro.
Per ascoltare i file audio:
nel respiro. Prima lettura
nel respiro. Una distanza
di Ilaria Seclì
Esistono fiori, non in natura, che per crescere non hanno bisogno di cura né di luce. Luce o buio, nelle segrete di un medioevo di una distanza, sono nati. Distanza. Lì, continuano a ingoiare il proprio mistero. Il muschio del mistero più grande, ammutolente, la fa più eretica: distanza dalla signora che la annienta e la consacra. Esistono fiori, non in natura, la cui malattia neppure morte cura. Guardate, infilate il viso in questa fosca nebbia di porpora, nel respiro, sentite, nella celebrazione del rito, l’intensità, l’irripetibile scansione rallentata degli ultimi gesti, ecco, pure, non la colma. Il crepaccio non si cuce. Il labbro tagliato in principio nessun filo chiuderà. Solo un balsamo dà pace: il suono, la stalattite di quel sangue, di quel fiore inesistente in natura, suono del suo sangue gettato senza prece, nominando, sanguinando mondi e nomi. Sua distanza.



