l’indicibile nel richiamo è già detto
origine che si sottrae all’origine
fino all’indicibile che forma
il midollo, al rumore che è specchio
e non riflette ciò che forma, io sorgo dietro
(da Grotte, P.F.)
vibra restando cielo l’erba
bestia sfatta, in ginocchio, il morso d’ape
è resina secreta dalle labbra
di un dio in vendetta e ogni sole rivale
arretra: ti aspetto.
(da Grotte, P.F.)
arcana la figura oscilla
solleva il ciclo della grotta
la mente della pelle
pura possiede – ogni crudezza
(da Grotte, P.F.)
tra i boschi, nel rogo
dove la cenere del simbolo
custodisce l’ascia di una chimera
(da Grotte, P.F.)
non si piega il ramo alla pietà
la forza umida e Legge, la ferocia
cesellata nell’Eros ginocchio
piegato alla fonte di un corpo
abbeverarsi arso accostando
la mano morsa dalla notte
alla pelle che non consola
né prega l’ustione
(da Grotte, P.F.)
Troppo poco amore, troppo poca giustizia e pietà, e sempre troppo poco amore; troppa durezza, superbia e ogni specie di dissolutezza – questo sono io. Sono convinto che mi astengo dal male solo per debolezza e vigliaccheria e dunque la mia malvagità è ancor più disonorevole. Bramo il giorno in cui l’anima non vorrà, né potrà più abitare in questo corpo infelice, appestato di malinconia, quando abbandonerà questo zimbello di fango e putrefazione, che è soltanto un’immagine riflessa, fin troppo fedele, di un secolo privo di Dio e maledetto. Dio, soltanto una piccola scintilla di pura amicizia – e si sarebbe salvi; di amore – e si sarebbe redenti! Lasci che sia, il Suo devoto Georg Trakl
Chi si appresta alla lettura Del pesce e dell’acquario (LietoColle, 2009) non sa di trovarsi di fronte a un libro fatto d’acqua. Le vischiosità viscerali dei recessi magmatici di una poesia corporale e le geometrie manieristiche di una poesia scritta a priori in regole, sono assenti. Chi conosce l’autrice di questo libro sa che non c’è alcun filo teso a dividere poeta e poesia. Quando Ilaria parla, in ciò che chiamiamo quotidianità, la sua cantilena avvolgente, rabdomantica è la stessa voce che scorgiamo nei suoi versi, a dire che le sue poesie potrebbero, e lo fanno, nascere da una qualsiasi conversazione con lei. E così, come la persona è lieve, le poesie del libro scintillano come i riflessi della luce sull’acqua, muovendosi veloci, di superficie in superficie, inabissandosi e riemergendo nel medesimo istante, senza pesantezza, spegnendosi in quello sguardo che le ha viste lucenti, donandoci un piccolo miracolo: l’intravedere, fissata su carta, una forma mentale fatta d’acqua. Read the rest of this entry »
Never forget, that God hasn’t finished with me yet
I feel his hand on my brain
When I write rhymes, I go blind, and let the lord do his thang (2Pac)
“Cerco a tentoni di cogliere nel vuoto il filo bianco invisibile del meraviglioso che vibra e dal quale escono fuori i fatti e i sogni col rumore del ruscello su piccoli sassi preziosi e vivi”
“Per me si tratta di vedere come la testa sta nello spazio, quindi non penso né all’interiorità della persona né alla sua personalità. È chiaro che questo conta, ma non può contare per me durante il lavoro. Si tratta solo di mettere le cose più o meno a posto. Per me l’apparenza e l’essenza sono la stessa cosa. Si potrebbe anche dire che l’apparenza è l’essenza stessa”
“Ed è appunto vedendo che la sfera non diventa sfera che attraverso il suo contrario, che diventa vera…”
(Alberto Giacometti)
la stessa forza del fiore che apre, la pioggia che si svuota, il muro secco inginocchiato e la nuca alla prima comunione con il sole. arriva la voce e sa: formica accanita, silenzio di santuario, ammasso di colori alla poltrona. l’estate non seppe il nero e tanta ne voglio e cerco ancora. Tu, che spalanchi al palmo il mare che la bocca di febbraio strinse. per i segreti cassetti del monte sommerso: il marinaio pregò, il pesce ebbe confidente. porti la conchiglia all’orecchio per ricordarmi il suono delle madri. io, sposa del dio estinto. del figlio perduto. se il cielo rovescia ciò che la terra solleva tu tieni e sposti nella misericordia della valle senza vento (Ilaria Seclì)

21. l’osso e il dirupo
in un fantasma di sconfitte:
c’è da leggere fino alla morte
dei secoli. in un pastrano di gerundi
senza senso so la strana paglia
del morente. la pagina in prosa
della luce arresa all’addio novello. (Marina Pizzi)

l’urto il flusso la fame il nido
≈ la tessitura della parola è partitura dove il suono produce voce. voce, dal rumore, discordante, immediatezza: sensibilità organica con percezione. non medicamento, né salvezza. si ambisce all’immobilità e ogni gesto, ogni respiro è necessità organica: si vive questa necessità come oltraggio; qui non esiste sofferenza, dannazione, ma uno stato embrionale di equilibrio, un organismo nel respiro: tutto rientra e fuoriuscire: la suprema lucidità della stupidità. un flusso che assorbe e dona senza forzature: armonia del passo in un’orma e dell’orma nel passo. qui non esiste dualità: arte/vita, forma/contenuto, astratto/concreto, privato/civile, sangue/carta, pelle/parola; si è il luogo cavo dove il sangue è e non è sangue, la parola è e non è parola, la poesia è e non è poesia ≈ il linguaggio tra i versi è la conoscenza che manca. necessità è privazione, nutrimento, atto che si muove in uno spazio prestabilito per accogliere il gesto; sottrazione sistematica protratta alla mente: denudare l’informe ≈ si sente nel percepire il flusso della poesia: il soffocamento della materia. la relazione/reazione dello sguardo con la materia dà la musicalità dell’accostamento definitivo tra due lemmi: musicalità strutturata nella traccia trovata: fissata: qui è la sacralità. ogni parola aggiunta è una sottrazione ≈ poesia nasce nel flusso dell’attestazione di un’armonia di dissidenze, in un respiro organico che non è mai casuale se non apparentemente. data, non può essere diversa, se non dopo un intervento successivo ≈ il movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana: l’indicibile nel richiamo è già detto. le parole si deformano a una nuova chiarezza deformata a una nuova chiarezza. non vi è oscurità nell’inespresso ma solo aria e fedeltà. l’indicibilità calpesta l’identità se l’identità non si lascia frantumare: non ottenere, non volere. (P.F.)
Il dolore rivelato del seme
Gennaio 16, 2008
Estratti da Lo speziale; INNESTI; La strada della cenere; più alcuni inediti da Nel respiro; e da Orde
nella dimora di Francesco Marotta: Il dolore rivelato del seme



