Lo speziale

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Francesco Marotta:

Il luogo delle tracce.
Note per una traversata de “Lo speziale” di Paolo Fichera.

L’arte dello speziale è scienza di terra, germogli e giorni, vita che si cerca e si rivela in altre forme, sapienza di un artigianato arcaico che affonda le sue radici nel “poiein” originario: dove la creazione (l’atto della rimembranza e della nominazione) prende corpo e si definisce nell’accostamento degli elementi primari che sostanziano il reale nella sua fisicità. La dialettica tra “alto” e “basso”, tra ansia di trascendenza e ricerca/inveramento dell’assoluto tra i segni del reale (“fare di carta cenere e spezia/l’abbraccio fertile dei morti”) è un divenire del senso in geografie di un altrove remoto, una vita che la pupilla accosta nel suo distendersi tra due polarità che si allontanano nell’istante della loro maggiore vicinanza: mano e segno, lingua e forma si rincorrono, si riflettono e si guardano negli specchi mutanti che la parola “seme” contiene: nella consapevolezza (sentita, prima ancora che pensata) che solo l’unione della mano e del segno permette l’affiorare (e il fiorire) della coscienza. Una coscienza del limite, della dismisura, della perdita, comunque: un grumo di cicatrici che sanguinano e si offrono, nel chiarore albeggiante della ferita, al lenimento del farmaco/spezia, come foglie tra le pagine dimenticate di un rituale senza tempo che trasforma desideri, dolore, grida, gioia in un magma di voci: una sorta di alfabeto del cammino che chiede alla lingua di non acquietarsi di domande: di riempire il vuoto con la pienezza di un canto che prega, che tace, si offre al silenzio (“l’impasto che non crea ma chiama”). La mano che docile si apre al segno, infatti, si apre a una distanza incolmabile: perché se essa è indissolubilmente legata al gesto che modella e dà vita alle forme, l’informe, lo spazio increato del sacrificio, ha già ridisegnato le sue linee ridefinendola come puro “ascolto”, come silenzio e deserto, come impossibilità di dominare la materia poematica che credeva di stringere nell’orizzonte (semantico, concettuale, sintattico, stilistico) del suo palmo. La distanza incolmabile è pensabile solo come “movimento” (“il passo tra i tavoli/è il luogo del mondo”), divenire incessante di immagini, ritmo primordiale, terrestre, “dionisiaco”, tra le cui spire “il nome lascia posto alla danza” e il reale s’invera, aprendo squarci e movenze di un dire affrancato, solo se “stretto per lingue assorte di suoni”. La materia poetica, densa e leggera lungo queste traiettorie impensate, sembra quasi refrattaria alla forma (a farsi testo, verso) che la tenta e cerca di costringerla, come se un vento invisibile, senza eco, cercasse di rovesciare la sostanza-deserto nello spazio sicuro di un’oasi: è questa l’arte dello speziale, il rito a cui l’esistenza si piega nel respiro del verso: una registrazione di “assenze” e di vuoti tra gli spazi e gli accenti di segni che sono già “simboli” dell’impossibilità di trascriverne il senso: il divino che la parola evoca, parla solo la lingua indicibile del silenzio; l’oasi dove naufragano i sensi, è concepibile solo se intorno terra e cielo si fanno deserto. Se il testo (la tessitura disarmonica del vento) si sviluppa per propagazioni successive, l’accelerazione è determinata dalla “necessità” – (le parole della poesia sono “necessarie”, perché recano in dono, come un destino, la ferita di questa urgenza) – di stringere almeno un frammento della forma che, nel suo darsi, è già “altro” rispetto ad ogni intenzione concettualmente dominabile: una volta fissata per sempre in un verso, essa è solo un riverbero, una lontana eco, delle mille forme, dei mille nomi e dei mille volti che la compongono: la poesia può solo “disvelare della lingua la fatica/della forma che manca”: il verso è allora “l’unica spezia che riposa/il luogo delle tracce”.

Il centro pulsante del libro, l’ala vitale che soffia luce all’ombra dei versi che la pagina a stento contiene, è la sezione intitolata “Le croci bianche”, di cui il testo dedicato ad Alberto Giacometti è una sorta di epigrafe metapoetica che imprime una “svolta di respiro” alla voce, al lessico, alla parola dolente che si acquieta trasformando il canto in preghiera. La sacralizzazione della “spezia” come offerta e dono, richiama un “tu” impersonale che si fa presenza costante e domina i versi anche quando non è esplicitamente richiamato: e allora “spezia”, “pane”, “brace”, “acqua”, “rosa”, “silenzio”, “dolore”, con tutte le loro stratificazioni archetipiche, diventano figure di una “sacra rappresentazione” che si iscrive tra le pagine metamorfiche che il grande libro delle stagioni racconta. Il percorso che ne nasce, è una rotta che il poeta forse traccia principalmente per se stesso, per dare una direzione alla sua ricerca futura: un cammino che, nel suo disegnarsi, ingloba e assimila, tra le altre, suggestioni forti e pregnanti della grande tradizione novecentesca, fino a trasformare l’intera opera in una originale, suggestiva corda tesa tra due cime altrimenti invalicabili: Turoldo e Celan: chiusi come in un unico chiostro, nel chiarore di un fuoco le cui fiamme sono riverberi della primordiale forza etica della poesia. E tutta la poesia di Fichera, nelle sue accensioni liriche controllate dal ritmo maturo e sicuro della scrittura, si risolve nel tentativo, l’unico concesso al poeta, di costruire “mappe”, aprire varchi, squarci, sguardi obliqui sul reale, per definire linee, o segmenti, di architetture appena intraviste, gettare un fascio di luce sugli universi altri che i “segni della terra” lasciano balenare nel loro eterno, incessante divenire: nella consapevolezza che ci è dato di esplorare solo il “cono d’ombra” dove la nostra finitudine dimora. La traccia, il frammento solo apparentemente disperso, è ciò che resta nell’urna segreta della mano: la certezza che traccia e mano sono sorgenti che fermentano nello stesso calice: il poeta vi si immerge e risale al giorno con la certezza che nei fondali si cova ogni raccolto: e i fondali sono le pieghe del suo corpo mutato in seme.

Ci sono libri belli, e ci sono libri necessari: quando necessità e bellezza si coniugano come onde simmetriche che tentano la stessa riva, la poesia riesce a regalare all’oscurità dei giorni il lampo di speranza che annuncia una nuova alba. È il caso di questo libro prezioso, “umile”, essenziale: da leggere e rileggere, e poi conservare con amore nel reliquiario degli anni.

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