Paolo Fichera – Lo speziale, di Giuliano Ladolfi

da “Atelier”, numero 37, marzo 2005

Paolo Fichera – Lo speziale
di Giuliano Ladolfi

La poesia di Paolo Fichera è dura, franta, essenziale, assimilabile stilisticamente alla corrente neoorfica per la mescolanza di lessico astratto e concreto, ma soprattutto per un’espressione visionaria incentrata sugli effetti emotivi (“ansia”, “paura”, “cenere isterica”). Il linguaggio metaforico ne risulta fortemente composito, a causa del ricorso anche al settore scientifico, e produce un effetto di continuo rimbalzo tra immagine e senso, tra ripresa e novità, tra luce tenebre e, in modo particolare, tra vita e morte.

E proprio sull’indistricabile impasto tra vita e morte si attua la ricerca del poeta in due direzioni: in senso storico-filogenetico e in senso ontogenetico. La prima, articolata nelle sezioni Una radice e Un altro padre, investiga le radici storiche dell’essere umano; la seconda, che comprende i testi dello Speziale, affronta la stessa tematica sotto un profilo più propriamente individuale.
La prima raccolta si pone, sulla scorta di Cioran, ad inseguire la “regressione germinativa, discesa verso le nostre radice”, da “un padre” ad “un altro padre”, a “quell’altro padre” nel tentativo di ricostruire un’identità più autentica perché più complessa. L’autore, pertanto, deve riannodare i legami spezzati dalla morte, segmenti secchi, deve ricostruire le cause fondanti di amplessi generativi come l’attrazione fisica, la concezione religiosa dell’esistenza, il senso della famiglia perpetuato nel “cognome” in un indistricabile intrico con altre radici. In questo modo, risalendo di generazione in generazione, concetto da intendersi in un duplice significato sia di atto generativo sia di periodi della storia umana, Fichera, vuole “rifondare in terra una terra”, rintracciare “in pietre friabili altri simboli/oscuri ad altri occhi”; “rarefatto il rudere” egli “distill[a] i rantoli degli avi alla sorgente del seme”, dove scopre “a immagine e somiglianza lo stesso nome”, “nodi tessiture, vecchie sementi”.
Ma la morte, il disfacimento, la ricerca desolata assume anche la linea ontogenetica nella raccolta Lo speziale, in cui “le ossa predisposte al massacro” vengono sottoposte “al dovere di una variazione”, alla formazione ciò di un’ulteriore radice. Nella “fulminea dolcezza di assoluto” dell’atto generativo “lo speziale” sceglie, dosa, mescola, unisce ingredienti diversi, atti alla costruzione di una nuova esistenza. “L’unica spezia che riposa è il luogo delle tracce”, ma la struttura non è predeterminata, è modellata sulla “forma del vaso”, sostanziata dall’“armonia del sangue” e dall’“ossatura del riverbero”, elementi trasmessi e variati di generazione in generazione, perché “l’impasto non crea, ma chiama”. Questa “forma”, però, reca l’originale stigma della “mancanza”, la “vuota imperfezione di ogni distanza” e proprio nell’impasto di componenti ereditari e di componenti personali si gioca il risultato: “tempo, esilio, peccato”. “La notte che illumina il fuoco”, e cioè l’atto generativo, tuttavia, viene percepito come “tradimento” e come “colpa”, perché “il fuoco si tradisce nell’utero chiaro, nel gesto di nascita e cenere isterica e vuoto”.
All’interno, dunque, di questo labirinto il poeta traccia alcune linee di riferimento modellandole non sul chiaroscuro, ma su violenti contrasti distinguibili solo nel confronto tra le posizioni cromatiche estreme. Ma, quando se ne cercano i confini, la definizione del colore diventa praticamente impossibile, la tensione si allenta, il simbolo si unisce intimamente al reale. Così avviene anche per la vita del singolo e per la storia, in cui si alternano momenti significativi con il grigiore della quotidianeità senza soluzione di continuità. Del resto, se la scienza, usando lo strumento della razionalità, de-finisce la realtà, le dà forma, la pone in ordine, la cataloga, la anatomizza, la viviseziona, la poesia si pone come conoscenza di realtà in-formale, in-definita, non caotica però, molteplice, complessa, multiforme, contradditoria, in divenire, come Fichera ha cercato di proporre in questa silloge.

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