Trapasso #1

Il frammento disteso dei giorni
per Hairesis di Francesco Marotta
prima della lettura ora nel trapasso

Leggerti, prima di leggerti, come la pianta del cuore custodisce il trapasso da manto a fiera e da fiera a fuoco dove la traccia genera un altro trapasso: l’incanto da rame a marmo. Sia scalpellio e frangia di pietra il suono e mano dove posare il calco. Leggerti ora che si ha il cuore percorso da un frammento e la soglia è unica, intatta. Leggerti per non poterti più leggere dopo, ora che la morte bussa alla porta e a memoria si ripetono solo le preghiere dei bambini, gli unici versi compatti con polpa e arti. Lo sguardo genera l’ombra e la radice reale del dono; l’attesa dello sguardo al dono attento per essere noi mani, tessitura scoscesa di un nuovo frammento. L’uomo è prima figlio e poi padre, dal reliquiario degli anni la memoria è un filo che si distende per la posa di un pane: un pane nero che ha perduto il profumo di bottega, secco, come l’ala trafitta dai chiodi prima di essere oceano. Il dio non ha più altari, si stende la mano come si agogna il riconoscimento di un nome, che sia unico e dio. La povertà è la chiarezza del frammento, incontro di pupille nel passo che ricama l’oltraggio, come la serpe incolora ogni lembo sfogato nei richiami di un padre lasciato alla resa del corpo. Solo la mano è sapiente al volto per un nome, alle domande, all’esistenza dell’immagine in un fiore. Ora si abbandona al calice il pensiero, ora che il cielo ha minato la scorza del deserto in vita attraversato. Ora che la parola è la sillaba che ricerca l’unguento tra la pelle, ora che la rosa è brunita e la mano tagliata incede tra le spire di un mosaico. Si lascia la distanza come un marchio. L’angelo caduto è la carne che scava l’ombra del trapasso, l’osso di te disteso all’ombra del sole, alto come un fusto d’avorio cesellato da mani di vuoto. Il cordone germoglia arabeschi, sciamano la sostanza pura della mente slabbrata dal marmo del padre nel figlio; l’eredità del peccato che risveglia la fame, l’essere orfano nella strada senza altari. L’osso è eroso in una spanna di cielo, ora che si abbandona la resistenza, sorella della lotta, per la spoliazione di un altro destino: la poesia che cede il passo alla primordiale vena del cuore, qui nel ramo che scende a cingere l’anello nella rovente soavità di una calma feconda. E io abbandono il verso che ho creduto fratello, la lama tenuta in mano nella distesa degli anni, stretta nel pugno per sanguinare il tormento cieco che mai fu filamento di un velo. E tu sei qui nell’attesa del grido che sa fertile l’occhio del dio, la preghiera nell’eco che scava la lacrima sorella, chiara d’eco, per il grido che è seme di un respiro, per le scosse del corpo steso alla castità protratta negli anni, al veleno inciso in seme di orme sorelle, le ombre chiare del figlio nel padre, il profilo che dalla radice percuote le fosse del volto, le fa vergini per lo sguardo amico nel verso reso, abbandono. E poi l’innesto a suggellare la coltre delle mani rami, nel dato che è feticcio, disvelato alle soglie del precipizio di un verbo.

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(per informazioni e scaricare l’e-book Hairesis di Francesco Marotta: qui: http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm)

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