Trapasso #2

Il cerchio è chiuso, ha danzato
per Nome, nome di Massimo Sannelli
prima della lettura ora nel trapasso

La madre ha seni di latte aspro, il padre che non si potuto amare perdura nell’opera lasciata all’incanto, alla compassione, come la dissociazione lascia al frammento la prosa che viene recisa perché l’uomo sia solo, strutturato nel movimento di un silenzio: un dare senza essere; oltre il sigillo che distende il cerchio chiuso, l’antro schiumato che germoglia la semina, non il frutto. Denudare l’informe, ma l’informe è. Chi verrà a dare destino alla legge perduta? All’ambiguità intima e antica di un diario ottuso? La verginità sfogata in filologia per la soglia del Resto, a sgrossare dalla piaga la ruggine e gruma oltre la perizia nel Libro consunto e fisso da chiodi d’eresia. La madre è padre e il figlio gettato in pasto si è scoperto torre diffusa e ha declinato il capo dopo aver deposto il proprio cielo. Il sangue tra il lenzuolo del bimbo è sangue d’infante o mestruo di madre? La fame è l’eclissi che ripara il sole dal cielo e lo fa luna: la notte che non fa morire né rimanere vivi e che spaventa le anime stantie che chiamano pasto il cibo. Penetrare il nome per il logorio del nome e oltre sii tu passero, macchina, fardello e colpa di denti che devastano in ogni loro verso i Versi, alle ombre pulite che si fanno membra leganti oro a oro, strumenti a membra, lavoro a pietà, carità d’altare alla gioia persa tra le preghiere dei bimbi, del bimbo che sa in una preghiera e fa. Tenere l’Altro, parola ermafrodita da raggiungere ancora, mentre al Maschio si concede il vigore d’acqua che cede e smuove, irriso dallo schermo friabile che inchioda lo scherno e lo fa scettro, strumento da re. La madre chiama, e la voce si fa dura, aspra la carezza come d’incanto tra i capelli. Consunto il bimbo e lasciato alla posa dei versi, la penna eretta nella stanza buia, senza luce, che il chiarore dei libri suscita e offende. Perché la colpa, il perdono, la magrezza esausta che fa della pelle manto e dell’osso mobilio di corpo sono di tutti in Tutto. La mano scrive il bambino e l’esperienza s’irradia nella biologia di un misticismo di cose piccolissime in un nulla fragile dove la Voce si adagia e insegue il calco della fossa grande che ci brucia. L’occhio è dato, lo sguardo si pone; senza rumore se il deserto attraversato ha cesellato l’ingenuo spirito e lo ha fatto metallo che lega, alchimia cibata di fonte, cuore non buono ma altro, incenso ramato che profuma il marmo murante il gesto del figlio che non sarà padre.

L’albatro è silenzio, il risvegliarsi è l’osceno, lo scandalo, il povero. Alla povertà si consegna l’ultimo libro dei tre. Ora il cerchio è chiuso, ha danzato.

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(per informazioni su Nome, nome di Massimo Sannelli: qui: http://www.iviali.splinder.com/)

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