Trapasso #4

La strada di sassi bianchi
per Dolore della casa di Sebastiano Aglieco
prima della lettura ora nel trapasso

È qui che si perde il dolore che sprofonda, che ci sprofonda in una calma e oltre l’attesa feconda segna la casa, lungo la strada di sassi bianchi mostrata dai morti nei sogni, lì il mio dolore lo battezzo voce e si battezza casa che accoglie lo scarto minimo, luce che si perde a ogni tocco, luce-carne e l’ombra vergine si consuma nei gesti oltre la parola addomesticata che latra l’onda attesa che non sfoga l’acqua nera della resa, la preghiera in ginocchio a pregare il Dio che è Madre, la madre che pregava per il figlio e lo faceva pane ora è distesa nel gesto che si perde, nella compassione nel dire ciò che il sonno divelte e concede. Le fosse vibrano già del corpo che ancora resiste nel fiato che perpetua la sera in un respiro di condanna che si fa nostro, sguardo indistinto che precede il tracciato serrato, l’abbandono dell’inverno nell’acqua che segna le mani nella preghiera e battezza la resa in una salvezza deposta che giunge e si fa nel colore della pelle sera. Scrivo: e ora è la soglia, giuntura che lega e spezza la materia che preme compatta nel respiro delle sue mani, corone di croci nel sole. Poni la mano, insegnami la vena che segna il tuo seno, pudore è fessura da sangue a dolore, lento fruscio che la carità brucia, luce data è ricevuta ora che la pelle è sposa dell’osso camminiamo sul confine del sangue, siamo rancore, dolcezza, lento sapore, la pietra germoglia in seno di madre, sua saliva ci rende impasto increato, liquido secco che geme. L’occhio è una cella snervata, incanto della deriva, amniotica, l’osso che si fa poro, recrudescenza, acqua che scorre soave e asciutta. Scrivo: la casa è un’unica crepa, la favola cruda del sangue, la vena è un urlo raccolto come seme in terra, sigillo rapito dall’altare di un rito. Scarnata la madre, il padre, il sacro è racchiuso in rami d’avvento che brucio, l’acqua feconda la pelle, la fa armonia, flusso. Ora posso dirti morta e morto nella sazietà della maceria. I passi della vita sono gli stessi della morte e ogni morte alimenta la luce e ci rende due volte orfani e organi. Il flusso scorre e leviga ciò che è deposto, freme beatitudini la fame che celebra le ossa e le fissa al suolo per farle radici e morire. La lingua muta accoglie la nuova fame argilla che solca la pelle di croci e sia flusso il nutrimento che inghiottito inghiotte, attimo che si frantuma in eterno.

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