P9190699Chi si appresta alla lettura Del pesce e dell’acquario (LietoColle, 2009) non sa di trovarsi di fronte a un libro fatto d’acqua. Le vischiosità viscerali dei recessi magmatici di una poesia corporale e le geometrie manieristiche di una poesia scritta a priori in regole, sono assenti. Chi conosce l’autrice di questo libro sa che non c’è alcun filo teso a dividere poeta e poesia. Quando Ilaria parla, in ciò che chiamiamo quotidianità, la sua cantilena avvolgente, rabdomantica è la stessa voce che scorgiamo nei suoi versi, a dire che le sue poesie potrebbero, e lo fanno, nascere da una qualsiasi conversazione con lei. E così, come la persona è lieve, le poesie del libro scintillano come i riflessi della luce sull’acqua, muovendosi veloci, di superficie in superficie, inabissandosi e riemergendo nel medesimo istante, senza pesantezza, spegnendosi in quello sguardo che le ha viste lucenti, donandoci un piccolo miracolo: l’intravedere, fissata su carta, una forma mentale fatta d’acqua. Forma mentale che diviene nello stesso momento raggio di sole sulla superficie dell’acqua, acqua che lo accoglie, specchio d’acqua che ancora lo riflette, i nostri occhi che osservano questo gioco. Se il cielo rovescia ciò che la terra solleva è un barlume della prosa che apre il libro, un piccolo dolmen a segnalare qual è la strada che ci dobbiamo aspettare: non la linea retta ma la circolarità. Un altro dolmen più appariscente, fuoriuscito dalla terra per definirla, ci ricorda che arriva la voce e sa: formica accanita, silenzio di santuario, ammasso di colori alla poltrona. La voce possiede ogni regno: quello delle microesistenze, il regno del sacro e quello dei particolari esatti che delineano e danno vita propria alle cose. La donna che ha scritto questo libro è una creatura d’acqua, ce lo ricorda a ogni verso, una figlia della Leggerezza che non ama chi ha il passo pesante, chi vuole possedere. Come possiamo noi seguirla su questa strada? Avendo il coraggio di amare questa voce per perderla. Michelangelo Zizzi nel presentare la prima raccolta della Seclì, D’indolenti dipendenze (Besa, 2005), parlava di “lussuria mistica” traccia che qui si scioglie portando davanti ai nostri occhi la presenza della bambina nell’assenza della donna. Il libro riluce di bagliori continui, di versi che si vorrebbero afferrare con le mani e mettere via: un silenzio dei pesci fecondato dall’acqua, al fiume la candela, apparecchiati i fasti delle rondini, le ipotesi sottili della pioggia, annodi la mano di bimbo sul bastone greve del cieco. Non so quale sia il nucleo disciolto che invade la sincronicità di questo libro stratificato; forse è nel verso di che si nutrono questi animali. La Seclì sa che chi vuole avventurarsi nei recessi dell’Arte deve divenire animale, essere gatto o rondine, serpente o lumachina, scoiattolo o scarafaggio. E in tale stato di percezione renderci partecipi dell’autentica vita a notte estinta/vita. Già ma di cosa si nutrono questi animali? Di un amore febbrile, della ricerca, che è essa stessa nutrimento inesauribile, dell’Uomo che possa corrispondere, la Seclì direbbe “tenere”, il piccolo animale che, pur sapendo di non poter essere posseduto, necessita di protezione, luce, pelle. E questo libro è anche la scoperta, per l’autrice, che la ricerca di quell’amore è possibile pur nell’incapacità di amare. L’ultima poesia del libro ci dice “Picciol cosa”, cosa intera e sana/cosa sanguinante e pura/balsamo, pietà, amorevole cura/figlio e non madre a modo d’altri/amore, il mio, incapace amore/Mi spingo come i nani da giardino/altre fosse, altre feritoie/ma siano sospese al vento, sfatte/nicchie per le ipotesi sottili della pioggia/che alcun peso ha mai concesso/fuor del suono luminoso sopra i vetri. C’è tutto il libro in questi ultimi versi. La circolarità, il dolore dell’esilio e della non appartenenza neppure a se stessi, l’esattezza dei contorni delle cose, l’assenza di peso nostra e di ciò che ci circonda la cui esistenza-essenza riconosciamo solo nel “suono luminoso” come a dire che è la musica d’acqua, al di là di ogni amore, il nutrimento e la forma della nostra “autentica vita”. (P.F.)

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