Dialogo con V.

“sfociato il tutto in una notte da incubo. sottesa fino a essere sfumata questa fissità di vagiti. sì, fissità di vagiti. come chiamarla altrimenti questa stasi minata, questo campo minato che è questo uomo chiamato paolo? il corpo è il doppio, il vuoto. l’essere inconsapevolmente presente, e per questo negativamente lucido; questi benedetti discorsi esterni non sono altro che vaneggiamenti, questi sì, non l’oscurità repressa di quei vagiti  foschi, di questi scheletri incappucciati che sono i miei versi che non si mostrano a un pubblico, all’appartenenza. guai, guai diceva Ripellino a chi si costruisce il suo mondo da solo. guai a lasciare fremere la fiamma senza necessità di accenderla, a non cogliere, a stipare la volontà in una cambusa proprio mentre la nave affonda, proprio perché la nave affonda.”

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