Carlo Matteo Dentali
Verità della Poesia: appunti su Innesti, una plaquette di Paolo Fichera

È ormai opinione diffusa in Italia che il poeta sia detentore di una precipua “sensibilità”, termine che, eufemisticamente, designa una certa delicatezza d’animo, unita ad un triste infantilismo, cosicché l’uomo comune tende a presupporre che a scrivere versi sia rimasta una torma di soggetti “col cuore in mano”, ingenui e fragili, indifesi di fronte alle eventualità esistenziali e, soprattutto, alle spinte affettive. Perciò tale figura, per come si determina oggi ai più, appare priva di qualità definibili e renitente a focalizzarsi su obiettivi codificati, e per ciò stesso priva dei tratti personologici che caratterizzano il soggetto sociale nell’odierno Occidente. Eppure, di fronte al tentativo operato dai media di racchiudere l’essenza umana in precipitati estetici e slogan, e farne da cornice all’epos delle merci, tale visione risulta vieppiù distorta, e sempre più nettamente l’artista si delinea per ciò che osa compiere con naturalezza. L’intenzione di aprirsi alle dimensioni più ardue della conoscenza e della comunicazione, custodita gelosamente, non nasce certo dagli afflati di un ego infantile, ma è invece il derivato di un anelito caparbio rivolto alla complessità umana, che spesso sconfina in un’indomita fiducia nel mondo, o meglio nello “spiritus mundi” primordiale. Ed è proprio questa attenzione, espressione avverata di un sentire corale, integro, che ritrovo in Innesti (Quaderni di Cantarena, 2007) la seconda raccolta poetica di Paolo Fichera. In questa plaquette, che fa seguito a Lo speziale (LietoColle, 2006) Fichera approfondisce la tesi cardine del suo percorso: il pensiero che nella precedente era già in nuce – che l’Eros, inteso unicamente come principio catalizzatore di impulsi e sensazioni, spoglio di fascinazioni tardo romantiche e dannunziane, potesse liberare il poeta, in tutta la sua realtà psicofisica, dai recinti adamantini di percezioni fondanti e riconnetterlo infine alla stratificazione di significanze propria dell’opera – e che si faceva allora organico discorso sonoro, qui configura orbite precise e si dispiega in molteplici punti focali che vicendevolmente si richiamano. L’autore, non più bisognoso di riscattarsi e legittimarsi storicamente, affrancato definitivamente da ogni “poesia in re” e da ingenue rimitizzazioni neomoderniste, mette tra parentesi gli indugi identitari e sostanzia la sua poetica con molteplici innesti, lembi vivi e vivificanti di tessuto esistenziale, sino ad universalizzarne l’ottica. Infatti, quasi in contraltare alla muta indifferenza delle cose ed al delirio nichilista dell’homo consumens, il poeta riporta l’animato nelle sue dinamiche intime al centro del gioco umano, come ben testimoniano questi versi: “ i bambini rincorrono una palla, \ la ruota che ricompone le membra, le fa \ ora un quadro, altro \ un fuoco mite”, e nel contempo procede ad illustrarci tale sottile noesi tramite accumuli ed iterazioni “mia tua sorella, luogo, riparo, grotta \ tutto comprendi è cavità per l’eco” e ancora “puoi altro la schiera è feconda \ ogni mondo trapassa la cinta \ e si fa lacrima di carta: poetica \ mente la parola carta”. Egli, consapevolmente, rinuncia alla ricerca di un’illusoria autometafisica e, con il rispetto e la dedizione di un neofita, si accosta da un angolo visuale a quei simboli conciliatari (i quali assumono la forma di parole – bussola, orientando l’intera raccolta, quali: “sposa”, “seme”, “bimbo”) che da sempre permettono alle diverse comunità il cambiamento nella continuità serbando la relazione con l’ambiente e vi riversa interamente la sua esperienza affettiva. Tali substrati innati, tributari di una parola che ci possiede, preservano nella loro stessa forgia richieste, desideri, primi ricordi, e permettono a questa lucida poesia di legarsi al movimento puro per eccesso, di ammetterlo senza idealizzazioni. È solo raggiunta tale consapevolezza di un divenire che affiora come transito nel medesimo che la struttura di ogni poesia “s’infeconda, si fa battesimo”, e cioè può spezzarsi e ridefinirsi per dare ulteriori frutti di senso, e portare gli atti umani a ridarsi in nuove e inusitate possibilità costitutive, perfino rivelarsi in misteriosi tropismi di piante e animali. Sicchè l’energia ed il dinamismo della poesia di Fichera, combinati in grumi discorsivi e nette anafore, non si esauriscono certo in una segmentazione arbitraria ma piuttosto divengono “privilegio di specie”, emblemi nella loro amalgama di una tensione creativa archetipica, e autenticano la sua ricerca divenendone il marchio riconoscibile.

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