Nel numero 4 della rivista “ALI” è ospitato il mio poemetto Il cieco, tra Alberto Giacometti con una nota introduttiva di Sebastiano Aglieco:

“C’è un tono tragico nei versi di Paolo Fichera; come un inizio, un’introduzione alla poesia prima che essa si mostri, prima che si faccia definitivamente oggetto. Si ha l’impressione, in questi testi, di un allontanamento, di uno sguardo che, dopo essersi immerso nel fango del quotidiano, poi lo trascina tutto verso la sorgente del linguaggio. L’apparenza è l’essenza stessa, dice il pittore. E di rimando, il poeta, “deforma l’apparenza e/ritorna”. L’artista concretamente “imprime la carne con le dita”, conosce il rischio della perdita, il vuoto improvviso, il franare della materia come dalla sommità di un vulcano. Sembrano pagare, questi testi, la necessità del dare forma a tutti i costi: forme scontrose, con un’ascendenza ritmica di picchi e rimandi, senza mai trovare un suono finito, pacificato nei piccoli e grandi compromessi della vita. sono versi che celebrano il duro lavoro dell’artista che si fa padre e madre delle cose catapultate fuori dalla loro dimenticanza, dalla loro aporìa.”

mi sei stirpe e nelle asce
buio e nel Vasto la tua nudità
radice, straniante figura

non si ha alba in rame
in pietra, presenza che preme
perdura e goccia e grumo
portrait
fissa e depone

l’alba devota
la stessa figura
pane nel busto

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