Ivano Mugnaini su nel respiro

La parola versata
Leggendo le poesie che ho ricevuto da Paolo Fichera, tratte dalla raccolta nel respiro, ho percepito la sensazione multiforme, intimamente contraddittoria, che prende forma associando il sostantivo “parola” al verbo “versare”. Si pensa ad un brindisi, un moderno convivio, bottiglie e bicchieri che si riempiono e si svuotano tra grida, sussurri e racconti reali o immaginari. Ma anche, con forza non certo minore, quel versare fa pensare al sangue, alla linfa, ad ogni liquido vitale che scorre nel corpo e in ogni luogo impalpabile e non facilmente collocabile nello spazio-tempo, ma, nonostante questo, o forse proprio in virtù di questo, assolutamente imprescindibile. I versi stillano brevi e densi, ognuno con un suo suono ed una sua differente vischiosità. E non è agevole distinguere la volontà della comunicazione dal dolore della necessità di dire ciò che non di rado appare indicibile. Non sono casuali forse in questo contesto i riferimenti frequenti, ripetuti e posti in posizioni che rivelano la sostanza di analogie e contrasti, a liquidi diversissimi tra di loro ma tutti in grado di evocare valenze fondamentali, concrete e simboliche: sangue, caffè, latte, muco. Questo scorrere ampio e complesso genera, tramite un’orditura testuale ben coesa e adeguatamente ambivalente, “l’identità-germoglio” che “riaffiora/ nel tempo presente/ che chiamerai notte antica/ spinata/ dove la parola versata in suono/ è percezione”.

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