Sebastiano Aglieco su nel respiro

“Il tutto è detto col tono riconoscibilissimo di Paolo, tono scuro e duro, perentorio, accorato, proprio per questo dolore necessario del nascere che a volte si stempera in canto, passaggi limpidissimi e alti incastonati come diamanti nella roccia dura.”

Per leggerla qui: http://miolive.wordpress.com/2010/01/17/paolo-fichera-nel-crepaccio-del-corpo/

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Giuliano Ladolfi su nel respiro

Ho letto con estremo interesse l’ultima pubblicazione di Paolo Fichera, poeta cui mi lega una stima ed una conoscenza personale di vecchia data e non perché egli sia attempato, ma perché “Atelier” a lui è stato vicino fin dalle sue prove. Infatti egli ha partecipato al convegno sulla “poesia giovane” da noi organizzato nel 2000, il cui intervento è stato pubblicato sul n. 24. La sua raccolta Lo speziale è comparso suo n. 37, preceduto da un mio studio critico nel quale sostenevo che «La poesia di Paolo Fichera è dura, franta, essenziale, assimilabile stilisticamente alla corrente neoorfica per la mescolanza di lessico astratto e concreto, ma soprattutto per un’espressione visionaria incentrata sugli effetti emotivi (“ansia”, “paura”, “cenere isterica”). Il linguaggio metaforico ne risulta fortemente composito anche se sostenuto dai due fondamentali dei testi presentati: la radice e lo speziale, e produce un effetto di continuo rimbalzo tra immagine e senso, tra ripresa e novità, tra luce tenebre e, in modo particolare, tra vita e morte. E proprio sull’indistricabile impasto tra vita e morte si attua la ricerca del poeta in due fasi: in senso diacronico e in senso sincronica, alla ricerca delle radici dell’essere umano in un primo momento e alla ricerca della sua “composizione” in seguito come angolature di una stessa realtà che solo la necessità strutturale rende duplice».

A cinque anni circa di distanza riscontro la validità di quella prima intuizione, anzi vedo rafforzato l’elemento metaforico che raggiunge un orizzonte profetico. Non dimentichiamo che Paolo Fichera possiede anche una pratica critica, avendo fondato con Mauro Daltin il quadrimestrale «PaginaZero-Letterature di frontiera». E la pagina conclusiva della pubblicazione va interpretata come un vero e proprio documento di poetica: «la tessitura della parola è partitura dove il suono produce voce. voce, dal rumore, discordante, immediatezza: sensibilità organica con percezione. non medicamento, né salvezza». La modalità per mezzo della quale il respiro si tramuta in rumore e il rumore in parole diviene il tema fondamentale di un testo che, come un carmen continuum, non permette soste/apnee: «e tu sii / in pace di grazia / la spada e l’angelo / il viso intarsiato dalla voce / la morte depone / un grido scandito da acque nere / senza altro onore che la verità / delle mani, lo / sbriciolarsi delle ombre / nei covi, nell’ / ossessione // dei chiodi nelle mani / innervati, / tra lo sperpero del mio fiato / affinché tu sia respiro e voce». Ci troviamo di fronte ad una poesia in cui la metafora si pone come elemento riflesso di un ritmo e di una musicalità che lanciano bagliori con un fine ben preciso: costruire un mondo di significato.

 

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