Dal Diario di A.F.

“Caro E., riprendo in mano per l’ennesima volta il poemetto “…”. Ecco, questa è la poesia che non so fare, che non posso evidentemente fare. Sarà la mia stanza di polarità. La mia opera scultorea in poesia. Pensavo a Giacometti riprendendo in mano per l’ennesima volta questi versi. Non c’è fine al lavorio. E io non so fare quello che so che dovrei fare. È tutto molto semplice. Questi saranno i versi mai finiti. So che è così, lo so ora in maniera naturale. E trovo ci sia in questa impossibilità un barlume di speranza che dovrebbe invece sempre mancare. Sono come versi scritti da uno scultore che lavora davanti a una modella che non c’è. Tu, meglio di me, sai quanto sia morbido da plasmare un materiale che non può rispecchiare la vista di chi guarda”

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