Dal Diario di A.F.

“Caro E., ho letto la tua. Nell’attesa di ricevere da te indicazioni necessarie per avere un minimo di fiducia su ciò che si può ancora salvare, in attesa della tue parole le mie mani si sono mosse. Insonnia imposta: non so. Letture altre: non credo. Forse il non avere desideri né velleità. Ho messo lo schermo su un cavalletto e ho lasciato andare le mani. Tu sai quanto ogni parola sottratta sia difficile da sottrarre. Quanta repulsione ci sia nel privarci del nostro fiato organico. Eppure in quello sfoltimento esisteva in me soltanto un grande piacere, il piacere fisico che solletica la pelle. E rileggendo mi chiedevo: quanta superficie di pelle ricopre una miniera di barbarie. Questo poema è una battaglia tanto calma in superficie. Ma quante mani, quante mani sono venute a rovistare, a smuovere il fango? E come è possibile che ora sia tutto così calmo?”

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