Dal Diario di A.F.

“Caro E., ti scrivo dopo tanto tempo. Quel malessere profondo ma misurato, perché la dismisura non può che portare a lacerti e io ho bisogno di armonia alla fine, mi ha dato quello che cercavo. Ho scritto in questi giorni davvero con i denti. Mastico le parole mentre rileggo e non leggo, ma mastico, sento i denti ricercarsi, stringersi intorno alla parola. Ma questo viene dopo. Prima c’è stata la scoperta davvero sorprendente di guardare con luce ciò che è stato sotto i miei occhi per mesi. Le singole poesie non erano singole poesie ma un poema. Ti parlavo del mio lavoro come di un poema ma non ne ero conscio. Come una schizofrenia. Dicevo ciò che ancora non sapevo. Scoperto il poema nel poema è stata tutta un’eruzione dopo. Versi nuovi hanno cementato i versi vecchi. Nuova malta. Ora sono verso la fine. Tutto è cresciuto. Come un mago praghese ho chiamato a raccolta i volti di strade comuni e a tutti ho parlato. Di questo ti parlerò nella prossima lettera”

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