Dedicate

ad A.

il bosco ti fascia la bocca
l’età del male tra la lingua
entra senza aprire la porta
dove siede la donna
come chiama la notte gli occhi
l’umidità nel figlio che percuote
che chiama mamma una stanza vuota.
entra senza aprire la porta, l’odore
che riponi tra le ossa
fino alla corda che il padre tende e inciampi
e a terra la lingua non ha bosco.
un segreto agita le forbici tra la polvere
di una pelle che chiama colpa la carne
mentre i cani con il riposo di Dio tra i denti
leccano i tuoi figli e ogni grembo
e tu sussurri all’albero il tuo segreto,
ricopri gli occhi di fango e nella tua terra
l’eco è una sigaretta accesa
per scambiarci l’anima e far finire il freddo

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a L.

se proprio devi essere, sii grandine
tra gli uomini e ridesta i granuli di un’idea senza foga
poi resta, a sentire voce
a dire voce, come muore quel nome
gridato alla pietra, alla pelle
in punta di voce leggera che cade, ché
solo un respiro cessa con la morte
che resta tra gli occhi e assesta
il calco della vena nel pane
tra il sangue pesante e spoglio
versato nei gesti che la fame reclama

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