Allora arriviamo al motivo ultimo per cui scaglio questa inventiva contro di te, tu mi hai di nuovo scaraventato nell’amore. Ancora una volta ricomincia quel percorso verso la solitudine, che già iniziò tempo fa. Io non sono più quello che ero in passato. L’anno ormai trascorso, il mio anno, mi ha trasformato: ieri ho visto cosa sto diventando: pietra. Tu sorridi, ma sai bene cosa intendo, tu risolvi qualunque enigma, anche il mio. Ma non sorridi per l’enigma, sorridi per la sua soluzione: una pietra non può più nulla: rotola, o affonda, o giace immobile, interamente soggetta alla forza di gravità della terra. Ogni grazia l’ha abbandonata: così come tutto ciò che non si addice alla sua natura. Soltanto rotolare, affondare e giacere immobile si addice alla sua natura. E forse io ora sto davanti a te – anche se non riesco più a definire questo ora, che sia a Delfi o a Lima, sto sempre di fronte a te, esattamente bandito – perché non ho mai avuto l’impressione di soggiacere a un destino, bensì di soggiacere a una grazia, e se in questa frase complicata impiego più volte l’espressione soggiacere a qualcosa è proprio perché inizio a parlare il linguaggio della pietra. Ma esiste anche la lingua degli animali, e non è un caso che gli animali si prestino così bene a essere scolpiti nella pietra: sono avidi di vita, di vita umana: i colossali leoni di Venezia, i giaguari di Lima. Io. Io sono avido di vita quanto loro, i leoni, i giaguari, perché la pietra che sta dentro di me è la mia malattia. Oh, quanto lo maledico, a volte, questo fantasma che torna incessantemente! Per questo amo tanto il piacere delle donne, tanto che il piacere che ne traggo quasi sopravanza il mio stesso piacere, non che io trionfi se una donna prova piacere tra le mie braccia, ma almeno sento di poter dare ancora qualcosa.

Durrenmatt

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