Schizzi su Lettera

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5 appunti su Poesia e Conoscenza

1. La conoscenza è nella scrittura poetica: è questo l’altare. Che ci sia un Dio a cui dedicare i propri versi, che ci sia una fede e un mistero, un credo nell’inutilità o utilità della poesia sociale-orfica-civile-paesaggistica-di ricerca (o come la si vuole comodamente classificare) o che l’altare sia una pietra in rovina non fa differenza o meglio non è la differenza. La scrittura agisce organicamente – in ogni istante – nel gesto di una forma percepita. E questa esperienza non è mai pura e questa esperienza che è e tocca ed è poesia ha forma di un accumulo impuro. Anche l’ambizione all’immobilità è movimento e il movimento porta azione, violenza, incastro e destrutturazione di noi stessi. Ogni altro, al di fuori di noi, ci percuote e smonta ogni anelito alla salvezza, ogni codice e codificazione, ogni verifica, ogni verità. Si è finiti per essere nel finito, e l’organicità è data dal frantume… fino al nucleo che condensa questa esperienza in un sigillo che solo la nostra morte può dispiegare a chi ci leggerà dopo. E tale morte deve avvenire in vita a dispetto di ogni nostro respiro. Tale nucleo di origine, che ha il proprio slancio nella propria fine, ci permette di essere attraversati da ogni impulso, percezione, sensazione, pensiero ecc, volontario e involontario. Il materiale che dà luogo alla nostra identità si condensa e si dispone nell’insieme dei segni che ogni poeta porta sulla carta e nella carta con se stesso. Ma ogni catalogazione di un materiale identitario è immancabilmente mancante e mancata. C’è una forza violenta che incide la nostra natura: ogni poesia non può avere una sua vita autonoma se slegata dall’organicità di un tessuto che tutto spalanca agli occhi in ogni momento – nella totalità – di una vita. Giacere nell’intensità di una ritualità di parole è la condizione primaria, dopo un lungo tragitto, per vedere i propri passi. E il tragitto porta a divenire la cosa che empaticamente percepiamo; tale esperienza sempre enigmatica ci insegna a disimparare, ci insegna a raccogliere quel grumo di eros e dolore che cosa e parola hanno lasciato nel mezzo della nostra comprensione. Noi raccogliamo e non apparteniamo più.

2. Percepire un enigma nel mistero della propria conoscenza è il passo ulteriore per fare a meno dell’ambizione ambigua alla codificazione di se stessi e degli altri in uno stile e in un potere che finiscono per relazionarsi a ciò che ci dà forma. Conosco della poesia quanto conosco della mia poesia come rete che accumula nella mia poesia tutta la mia presenza. Se la ritualità dei gesti ci forma e ci condensa in una combustione biologica senza scampo né intenzioni, la poesia non potrà esserci data una volta per sempre se non come finitezza, come non ci è dato il corpo in una forma e per sempre. È nella semplice gestualità dello scrivere che la scrittura forma il suo confronto con un esterno che non ha separazione da noi. Proprio nella ritualità della nostra percezione embrionale, proprio in questo atto presente si attua l’amalgama di voce musica ritmo sintassi senso morte sangue. La sensorialità è però soltanto l’anticamera dell’organicità e l’inespresso è fissato dall’incapacità sensoriale di essere, noi, nell’organicità del flusso che chiamiamo poesia, che chiamiamo uomo. E l’uomo deve vivere sotto il proprio segno di pressione, da solo, se non vuole limitarsi a reagire a ciò a cui non vuole o non sente di appartenere. Lo scrivente è più di quel che può pensare della sua stessa poesia e potrà suscitare versi se ne accetta la nascita non generata. Il poeta sta se ritorna e bagna le sue mani in un’acqua che è acqua di tutti: il dolore aperto dei semi che richiama i rapaci. Farà e sarà esperienza per disconoscersi e cedere ciò che gli è stato dato: non fondare una nuova terra, ma attestare le rovine, cibarsene, esprimere il proprio corpo al di fuori della propria voce. Non avere più dualità tra gesto e respiro, tra verso e parola versata.

3. La poesia rinnova, dilata il tempo della percezione in archi di anni, ci plasma mentre la plasmiano. Dà alle parole la foga di testimoniare al di là di ogni potere; dà alle parole il respiro per dialogare con i propri morti; dà uno sguardo a chi mai l’avvicinerà, lenisce il dolore e lo esalta.

4. La tessitura della parola è partitura dove il suono produce voce. Voce, dal rumore, discordante, immediatezza: sensibilità organica con percezione. Non medicamento, né salvezza. Si ambisce all’immobilità e ogni gesto, ogni respiro è necessità organica: si vive questa necessità come oltraggio; non esiste sofferenza, dannazione, ma uno stato embrionale di equilibrio, un organismo nel respiro: tutto rientra e fuoriuscire. Un flusso che assorbe e dona senza forzature: armonia del passo in un’orma e dell’orma nel passo. Non esiste dualità: arte/vita, forma/contenuto, astratto/concreto, privato/civile, sangue/carta, pelle/parola; si è il luogo cavo dove il sangue è e non è sangue, la parola è e non è parola, la poesia è e non è poesia.

5. Il linguaggio tra i versi è la conoscenza che manca. Necessità è privazione, nutrimento, atto che si muove in uno spazio prestabilito per accogliere il gesto; sottrazione sistematica protratta alla mente: denudare l’informe. Si sente nel percepire il flusso della poesia: il soffocamento della materia. La relazione dello sguardo con la materia dà la musicalità dell’accostamento definitivo tra due lemmi: musicalità strutturata nella traccia trovata: fissata: qui è la sacralità. Ogni parola aggiunta è una sottrazione. Poesia nasce nel flusso dell’attestazione di un’armonia di dissidenze, in un respiro organico che non è mai casuale se non apparentemente. Data, non può essere diversa, se non dopo un intervento successivo. Il movimento è struttura del silenzio: il segno inciso a fondo scava una superficie piana: l’indicibile nel richiamo è già detto. Non vi è oscurità nell’inespresso ma solo aria e fedeltà.

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