Una poesia ermafrodita

Una poesia ermafrodita

Una poesia ermafrodita gemella di se stessa, una traccia germinativa di nascita, di riconoscimento e di morte per giungere all’affermazione ultima che implora un’altra soglia perché la ferita è il corpo, immedicabile; passi senza redenzione e casti da qualsivoglia salvezza, in cui le mie diverse voci siano voci d’incesto, in cui la nascita è nel suo nascere orfana di altra vita. Un giorno giungerò alla presenza esposta, alla vita di tutti i giorni; e allora le tracce rese solchi di coraggio e di perdita, daranno l’essenza-assenza che ci testimonia nella lontananza, la poesia umile della morte in cui morire una seconda volta. Ora leggo solo il mio tradimento, il poeticidio di una generazione di cui non bisogna sentirsi parte, in cui lo scisma, il call me Ishmael è invocato per avere giustificazione e senso. Le viscere del dolore sono quelle di mia madre che conservo come carne nuda nel sale. Il coraggio è nel cedere alle braccia il vuoto e conficcare nel suolo il legno, per farsi radice e morire. Sempre cacciato da me stesso nel mio veleno (malinconia, disprezzo, vanità) e incessantemente spinto oltre la sterilità del tempo, ambisco a riavere nel mio sperma le mie carni bianche.

(scritto per il primo numero della rivista L’Ulisse, 2004)

Ritrovato oggi, e riletto dopo 10 anni.

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