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Trapasso in Memorie dal giorno dopo

Un trapasso nella sezione Memorie dal giorno dopo compresa nella raccolta Trilogia dello zero (Marco Saya Edizioni) di Antonio Bux

muta forma la barricata del tempo. la stasi dell’inorganico vive l’opera nella casa obliqua. cornea, iride: stanze di iridi. fuori dal dentro. chiuso sboccia. tracciato in ogni lato il sedimento del congedo. metamorfosi senza analogia, perché il perdono è terra è epidermide incisa è travaso di occhi fisse pupille in sequenza. la poesia congeda, ci congeda. la carne resta, nonostante. l’alchemico sopravvive alla pienezza che lo lascia orfano di una voce a dire. il grembo è caldo anche senza seme fecondo. il poeta si ostina all’inorganico minando la propria stasi con ostacoli espressi per lasciare la vastità a se stessa e lui con lei. per un “dovrebbe” che non ha casa nella dinamica dei gesti d’estinzione. l'”altro” è sempre nel gesto, inascoltato. un fossile, che è gesto. la “materia rovesciata” della memoria imprime ai gesti la mutezza della carne che non ha voce nei volti che osservano e sono una casa obliqua. la casa “dentro” è verticale, è l’ombra della tana nella fuga, il “tace” che specchia Babele in vertigini. e la torre della lingua non frana perché abita la verticalità della fossa, il suicidio delle anime. una foresta non di simboli, ma di ghiandole ricicla l’esistenza nella mutezza delle forme imposte. Dio è vivo soltanto nella nostra memoria, nella sostanza del fiato che lo sogna dicendolo. la forma è cieca, l’eco è voce “chiamando” l’idea. la visione è l’inorganico, la materia espunta tra la trasparenza e la distanza a scomparire. nella tana alza lo sguardo il tragitto circolare, “dentro di sé” del viaggio, la volontà del confine che non specchia immagine a immagine. frantuma il corpo il tratto a ogni reazione. la pupilla è calce e mattone, il pertugio chiuso che non lascia a sé la vista oltre un pensiero senza sguardo. l’assenza è ora. il volto chiuso si dilata, il tempo penetra la propria circolarità, il riprendere da capo il tratto mai cominciato. e le ore nuove sono grazia, la pienezza del riflesso vuota l’origine nel tempo, in ogni cosa. (Paolo Fichera)

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Innesto in: V. Scarinci

Troppo crescevano, denudato il nome, le cose
l’evo diaccio del viaggiatore finiva in bruma
l’ultimo ovale. Tra noce e gheriglio e piccole
incommestibili punte, compariva Terza
nel disegno del mondo, comandata dalla maceria
e mondata all’estremo di ogni spuntare
se ne stava in ascolto: archi, getti,
averi solitari e corde di metro invernale
sconfinavano e affacciava una ragazza
che teneva il nascere capofitto nell’ordine. Ogni dentro
ha parole resistenti fiancheggiate da un assedio
aver potuto libero crescere nel maglio dell’oscurità
l’oncia resistente questo vaglio, il nudo frangere,
pane mostruoso degli anni, per cui la crepa
della colonna in aperta mostra è
l’unico mio dono, il bilico di un desidero
che nidifica forme nevralgiche. Brulico
sul fondo di non crescere un fogliame arbustivo
pianoro senza solco che è menzogna
verissima di giacere.
Sottostà questa imposta
la redenzione terrea dell’incarnato, il crine fulvo
che compara questa ascesi. Allora data
nessuna colpa, lo sponsale castrò spigoli di cuore
in una muta fantastica di tocchi che accorparono
il solo coraggio ematico di nascere. Urgo verifiche:
nessun congegno rilevante sfata quanto è irrilevante.
Fitta di ombre battenti domando solo
che risponda questa rada adolescente e munifica

INNESTO:

Troppo crescevano al nome le cose
a denudare l’evo del viaggiatore finiva
l’ultimo ovale in bruma, tra noce e gheriglio
e piccole punte, se credeva la ragazza, compariva Terza
nel disegno del mondo, creduta, comandata
dalla maceria e mondata all’estremo la corteccia
di ogni spuntare, in ascolto: archi, getti,
averi solitari e corde invernali sconfinavano e
affacciava al segno una ragazza, nata dentro, nell’ordine.
Dentro: parole resistenti da un assedio date
aver potuto libero crescere nel maglio di un’oscurità
l’oncia resistente questo vaglio, pane negli anni
mostruoso, che saliva la crepa
della colonna in aperta mostra a te data in dono,
come dono in bilico un desiderio nidifica e forgia
forme nevralgiche. Brulico sul fondo e non ho dono
di crescere un fogliame senza solco, la menzogna
vera di giacere. Imposta la redenzione
terrea dell’incarnato, il crime in ascesi compara la colpa
non data, lo sponsale castra, tra anelli, spigoli di cuore
in una muta di tocchi, al coraggio di nascere.
Urgo verifiche: nessun congegno rilevante consegno,
fitta di ombre battenti domando solo, come ombra rada
questa rada adolescente e munifica, risponda

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il mio e-book Innesti inAltri
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