.Lo speziale

Lo speziale

LietoColle Editore 2005

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Postfazione
di Massimo Sannelli

Quando non si riferiscono a valori tecnici, le definizioni umanistiche sono molto rozze: la definizione sacrifica o sminuisce, volutamente, le parti non omogenee all’universale che sogniamo di vedere in un gruppo di cose. Nel 2002, per impormi una sicurezza di fronte alla difficoltà di Ermanno Guantini, e per reagire a chi considerava un muro la sua scrittura, ho chiamato trobar clus, rozzamente, una piccola costante di fine secolo, in base ad alcuni punti comuni: la minore facilità della parafrasi, parallela alla brevitas dei testi; la riduzione dell’io (tanto che Stefano Guglielmin scrive in Come a beato confine che «io dovrebbe esplodere», «mettersi tra parentesi»); la trasformazione del tu in occasione e garante della «volontà di dire» (il tu non è mai espresso come un uomo o una donna individuabili, sia pure come fictio: Laura e Beatrice sono morte, e non c’è più qualcosa-qualcuno da forzare con mezzi verbali o da lodare); mediazione, da un confine, con il silenzio e la preghiera, o pura sincerità (a-)teologica in cui «si fa pienezza / nell’essere vuoto, regola d’eresia».
Un altro punto comune – ma appartiene anche alle poetiche più tradizionali o tradizionaliste – è il dominio del corpo, sia in senso astratto (il corpo di tutti) sia personale (il mio corpo, il suo sentire fisico, ma come slegato dall’io): al punto che per I sepolti di Sergio La Chiusa (Lietocolle, 2005) ho avuto questa sensazione aforistica, con tutta l’imperfezione possibile: la poesia attuale non è una gnosi. Nello stesso senso «si deve fare esattamente / ciò che si vede», come scrive Fichera fondendosi con l’auctoritas di Giacometti.
Aspettiamo risposte anche sullo sviluppo del legame, per ora intuitivo, tra una lingua extra-ordinaria e una vita che si gioca tra le due grandi precarietà contemporanee (la conservazione dello status sociale e quella dell’equilibrio psicologico: «sono avvinte alla fragilità le pene», «un passo è cedere / i testicoli al secolo»). Eppure stiamo imparando, nel corpo, che quello che manca – e manca non per propria colpa, ma per una condizione comune – viene restituito, ogni giorno di più, in altre forme («ciò che fuoriesce è ciò che rientra»), non comuni («sai è altro, puoi altro»). Così si ripete, perché è umano, un fenomeno antico: Lo ferm voler di Arnaut e il ciclo petroso di Dante nascono da un non-avere (la donna è irraggiungibile o per casi particolari o per alterigia), che abolisce automaticamente la lode finalizzata e lancia due possibilità, non del tutto antitetiche: la lode per la lode, in forme sintatticamente aperte (la preghiera), o l’esaltazione di una perizia da faber (cioè del proprio materiale e della propria condizione, ma non esplicitamente della propria persona: cosa che l’uomo medievale riesce a permettersi delegando l’elogio a un testo visto come tu e altro: «la novità che per tua forma luce», «di star con l’altre tu non hai talento»; e nello Speziale «la purezza resa arida e dolce»). Questa è «la venatura che tesse d’altro / il confine tra silenzio e distanza».
Il rifiuto della gnosi è esplicito nella stessa tecnica dello speziale e fonda un àmbito semantico molto specifico: la coltivazione della terra, i semi, le radici, le ossa (e quindi, con dualismo classico, vita-morte; ma anche, con endiadi, liturgia e sacrificio affinché il «dio» che non è tra noi risieda qui); e anche: l’asciutto che deve essere irrigato o l’involucro che dovrà spezzarsi, curando il malato o procurando altra vita vegetale. Così l’estinzione della lode precisa – Beatrice è morta – provoca una conseguenza che a modo suo è feconda, anche per il futuro: la preghiera diventa possibilità della preghiera, perché la terra, anche secca, è assoluta virtualità (può generare), e il seme può spaccarsi. Celebrare è possibile con una forma tautologica: non saranno più celebrati il «dio», l’amore e l’amata (la parola amore non ha occorrenze in tutto Lo speziale), ma la stessa celebrazione e la virtus della terra, della radice e del seme. Qualcosa di insignificante (il seme, ma «seme di realtà») e di invisibile (la radice) vale come emblema, non come alibi, della tensione umana ad essere altra umanità, su questa stessa terra.
Infatti lo speziale usa ciò che fu vivo («l’arido che copre il soffio») e a cui non può ridare vita: «l’impasto che non crea ma chiama». Eppure ogni spezia lavorata «riconsegna la struttura […] / alla forma del vaso», trasformandosi in una composizione efficace («e che la spezia si amalgami al pane»): non solo allegorizzando l’arte del poeta («il soffio del frammento ricompone / l’orto»), ma realizzando «un segno dorato», che è qui per noi. Lo stesso oro è delle stelle, che alla fine «appaiono sante», quando si è compiuto l’amalgama di ciò che ci appartiene.

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Francesco Marotta

Il luogo delle tracce.
Note per una traversata de “Lo speziale” di Paolo Fichera

L’arte dello speziale è scienza di terra, germogli e giorni, vita che si cerca e si rivela in altre forme, sapienza di un artigianato arcaico che affonda le sue radici nel “poiein” originario: dove la creazione (l’atto della rimembranza e della nominazione) prende corpo e si definisce nell’accostamento degli elementi primari che sostanziano il reale nella sua fisicità. La dialettica tra “alto” e “basso”, tra ansia di trascendenza e ricerca/inveramento dell’assoluto tra i segni del reale (“fare di carta cenere e spezia/l’abbraccio fertile dei morti”) è un divenire del senso in geografie di un altrove remoto, una vita che la pupilla accosta nel suo distendersi tra due polarità che si allontanano nell’istante della loro maggiore vicinanza: mano e segno, lingua e forma si rincorrono, si riflettono e si guardano negli specchi mutanti che la parola “seme” contiene: nella consapevolezza (sentita, prima ancora che pensata) che solo l’unione della mano e del segno permette l’affiorare (e il fiorire) della coscienza. Una coscienza del limite, della dismisura, della perdita, comunque: un grumo di cicatrici che sanguinano e si offrono, nel chiarore albeggiante della ferita, al lenimento del farmaco/spezia, come foglie tra le pagine dimenticate di un rituale senza tempo che trasforma desideri, dolore, grida, gioia in un magma di voci: una sorta di alfabeto del cammino che chiede alla lingua di non acquietarsi di domande: di riempire il vuoto con la pienezza di un canto che prega, che tace, si offre al silenzio (“l’impasto che non crea ma chiama”). La mano che docile si apre al segno, infatti, si apre a una distanza incolmabile: perché se essa è indissolubilmente legata al gesto che modella e dà vita alle forme, l’informe, lo spazio increato del sacrificio, ha già ridisegnato le sue linee ridefinendola come puro “ascolto”, come silenzio e deserto, come impossibilità di dominare la materia poematica che credeva di stringere nell’orizzonte (semantico, concettuale, sintattico, stilistico) del suo palmo. La distanza incolmabile è pensabile solo come “movimento” (“il passo tra i tavoli/è il luogo del mondo”), divenire incessante di immagini, ritmo primordiale, terrestre, “dionisiaco”, tra le cui spire “il nome lascia posto alla danza” e il reale s’invera, aprendo squarci e movenze di un dire affrancato, solo se “stretto per lingue assorte di suoni”. La materia poetica, densa e leggera lungo queste traiettorie impensate, sembra quasi refrattaria alla forma (a farsi testo, verso) che la tenta e cerca di costringerla, come se un vento invisibile, senza eco, cercasse di rovesciare la sostanza-deserto nello spazio sicuro di un’oasi: è questa l’arte dello speziale, il rito a cui l’esistenza si piega nel respiro del verso: una registrazione di “assenze” e di vuoti tra gli spazi e gli accenti di segni che sono già “simboli” dell’impossibilità di trascriverne il senso: il divino che la parola evoca, parla solo la lingua indicibile del silenzio; l’oasi dove naufragano i sensi, è concepibile solo se intorno terra e cielo si fanno deserto. Se il testo (la tessitura disarmonica del vento) si sviluppa per propagazioni successive, l’accelerazione è determinata dalla “necessità” – (le parole della poesia sono “necessarie”, perché recano in dono, come un destino, la ferita di questa urgenza) – di stringere almeno un frammento della forma che, nel suo darsi, è già “altro” rispetto ad ogni intenzione concettualmente dominabile: una volta fissata per sempre in un verso, essa è solo un riverbero, una lontana eco, delle mille forme, dei mille nomi e dei mille volti che la compongono: la poesia può solo “disvelare della lingua la fatica/della forma che manca”: il verso è allora “l’unica spezia che riposa/il luogo delle tracce”.

Il centro pulsante del libro, l’ala vitale che soffia luce all’ombra dei versi che la pagina a stento contiene, è la sezione intitolata “Le croci bianche”, di cui il testo dedicato ad Alberto Giacometti è una sorta di epigrafe metapoetica che imprime una “svolta di respiro” alla voce, al lessico, alla parola dolente che si acquieta trasformando il canto in preghiera. La sacralizzazione della “spezia” come offerta e dono, richiama un “tu” impersonale che si fa presenza costante e domina i versi anche quando non è esplicitamente richiamato: e allora “spezia”, “pane”, “brace”, “acqua”, “rosa”, “silenzio”, “dolore”, con tutte le loro stratificazioni archetipiche, diventano figure di una “sacra rappresentazione” che si iscrive tra le pagine metamorfiche che il grande libro delle stagioni racconta. Il percorso che ne nasce, è una rotta che il poeta forse traccia principalmente per se stesso, per dare una direzione alla sua ricerca futura: un cammino che, nel suo disegnarsi, ingloba e assimila, tra le altre, suggestioni forti e pregnanti della grande tradizione novecentesca, fino a trasformare l’intera opera in una originale, suggestiva corda tesa tra due cime altrimenti invalicabili: Turoldo e Celan: chiusi come in un unico chiostro, nel chiarore di un fuoco le cui fiamme sono riverberi della primordiale forza etica della poesia. E tutta la poesia di Fichera, nelle sue accensioni liriche controllate dal ritmo maturo e sicuro della scrittura, si risolve nel tentativo, l’unico concesso al poeta, di costruire “mappe”, aprire varchi, squarci, sguardi obliqui sul reale, per definire linee, o segmenti, di architetture appena intraviste, gettare un fascio di luce sugli universi altri che i “segni della terra” lasciano balenare nel loro eterno, incessante divenire: nella consapevolezza che ci è dato di esplorare solo il “cono d’ombra” dove la nostra finitudine dimora. La traccia, il frammento solo apparentemente disperso, è ciò che resta nell’urna segreta della mano: la certezza che traccia e mano sono sorgenti che fermentano nello stesso calice: il poeta vi si immerge e risale al giorno con la certezza che nei fondali si cova ogni raccolto: e i fondali sono le pieghe del suo corpo mutato in seme.

Ci sono libri belli, e ci sono libri necessari: quando necessità e bellezza si coniugano come onde simmetriche che tentano la stessa riva, la poesia riesce a regalare all’oscurità dei giorni il lampo di speranza che annuncia una nuova alba. È il caso di questo libro prezioso, “umile”, essenziale: da leggere e rileggere, e poi conservare con amore nel reliquiario degli anni.

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Paolo Fichera – Lo speziale
di Giuliano Ladolfi

da “Atelier”, numero 37, marzo 2005

La poesia di Paolo Fichera è dura, franta, essenziale, assimilabile stilisticamente alla corrente neoorfica per la mescolanza di lessico astratto e concreto, ma soprattutto per un’espressione visionaria incentrata sugli effetti emotivi (“ansia”, “paura”, “cenere isterica”). Il linguaggio metaforico ne risulta fortemente composito, a causa del ricorso anche al settore scientifico, e produce un effetto di continuo rimbalzo tra immagine e senso, tra ripresa e novità, tra luce tenebre e, in modo particolare, tra vita e morte.

E proprio sull’indistricabile impasto tra vita e morte si attua la ricerca del poeta in due direzioni: in senso storico-filogenetico e in senso ontogenetico. La prima, articolata nelle sezioni Una radice e Un altro padre, investiga le radici storiche dell’essere umano; la seconda, che comprende i testi dello Speziale, affronta la stessa tematica sotto un profilo più propriamente individuale.
La prima raccolta si pone, sulla scorta di Cioran, ad inseguire la “regressione germinativa, discesa verso le nostre radice”, da “un padre” ad “un altro padre”, a “quell’altro padre” nel tentativo di ricostruire un’identità più autentica perché più complessa. L’autore, pertanto, deve riannodare i legami spezzati dalla morte, segmenti secchi, deve ricostruire le cause fondanti di amplessi generativi come l’attrazione fisica, la concezione religiosa dell’esistenza, il senso della famiglia perpetuato nel “cognome” in un indistricabile intrico con altre radici. In questo modo, risalendo di generazione in generazione, concetto da intendersi in un duplice significato sia di atto generativo sia di periodi della storia umana, Fichera, vuole “rifondare in terra una terra”, rintracciare “in pietre friabili altri simboli/oscuri ad altri occhi”; “rarefatto il rudere” egli “distill[a] i rantoli degli avi alla sorgente del seme”, dove scopre “a immagine e somiglianza lo stesso nome”, “nodi tessiture, vecchie sementi”.
Ma la morte, il disfacimento, la ricerca desolata assume anche la linea ontogenetica nella raccolta Lo speziale, in cui “le ossa predisposte al massacro” vengono sottoposte “al dovere di una variazione”, alla formazione ciò di un’ulteriore radice. Nella “fulminea dolcezza di assoluto” dell’atto generativo “lo speziale” sceglie, dosa, mescola, unisce ingredienti diversi, atti alla costruzione di una nuova esistenza. “L’unica spezia che riposa è il luogo delle tracce”, ma la struttura non è predeterminata, è modellata sulla “forma del vaso”, sostanziata dall’“armonia del sangue” e dall’“ossatura del riverbero”, elementi trasmessi e variati di generazione in generazione, perché “l’impasto non crea, ma chiama”. Questa “forma”, però, reca l’originale stigma della “mancanza”, la “vuota imperfezione di ogni distanza” e proprio nell’impasto di componenti ereditari e di componenti personali si gioca il risultato: “tempo, esilio, peccato”. “La notte che illumina il fuoco”, e cioè l’atto generativo, tuttavia, viene percepito come “tradimento” e come “colpa”, perché “il fuoco si tradisce nell’utero chiaro, nel gesto di nascita e cenere isterica e vuoto”.
All’interno, dunque, di questo labirinto il poeta traccia alcune linee di riferimento modellandole non sul chiaroscuro, ma su violenti contrasti distinguibili solo nel confronto tra le posizioni cromatiche estreme. Ma, quando se ne cercano i confini, la definizione del colore diventa praticamente impossibile, la tensione si allenta, il simbolo si unisce intimamente al reale. Così avviene anche per la vita del singolo e per la storia, in cui si alternano momenti significativi con il grigiore della quotidianeità senza soluzione di continuità. Del resto, se la scienza, usando lo strumento della razionalità, de-finisce la realtà, le dà forma, la pone in ordine, la cataloga, la anatomizza, la viviseziona, la poesia si pone come conoscenza di realtà in-formale, in-definita, non caotica però, molteplice, complessa, multiforme, contradditoria, in divenire, come Fichera ha cercato di proporre in questa silloge.

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